Dolce Époque, virtuosismo ed eleganza senza confini

Sul palco: Scuola di danza La Capriola Formazione ModenaDanza. In basso da sinistra: Marco Ferri, Marlene Prischich, Matteo Di Bella, Enrico Ferri, Innocenzo Caserio. 10 giugno 2022, Teatro Pavarotti-Freni di Modena.

MODENA – Ci sono eventi che, nella vasta programmazione culturale italiana estiva, meritano di essere conosciuti. Dolce Époque, andata in scena il 10 giugno 2022 al Teatro Pavarotti-Freni di Modena, merita gli onori della cronaca in quanto ha il pregio di far conoscere al pubblico europeo la realtà culturale di Abbazia, oggi Opatija in Croazia, città crocicchio di popoli e storie degne di nota. Abbiamo incontrato per l’occasione il Direttore artistico, Dr. phil. Marlene Prischich, ideatrice di questo spettacolo che unisce danza, musica e teatro.

Come nasce Dolce Époque?

Marlene Prischich (MP): Questo concerto crossover nasce da un ricettario di dolci, redatto all’inizio del secolo scorso da una dama dell’alta borghesia, la cui famiglia visse ad Abbazia, oggi Opatija, in Croazia. Nel cosiddetto Codex Laurianensis (Codice di Laurana, oggi Lovran) Madame Heda raccolse più di 1600 ricette che si distinguono per eterogeneità linguistica: redatte a mano o ritagliate da giornali o da riviste femminili del tempo, sono in croato, italiano, tedesco e francese, a riprova di quanto fosse consuetudine diffusa comunicare in più lingue nel golfo quarnerino. Quest’area geografica dalla posizione strategica, tra l’Est e l’Ovest, tra il Nord e il Sud d’Europa, è sempre stata un crocevia dinamico di culture, lingue e tradizioni disparate, una piccola Europa ante litteram. Inoltre, per soddisfare le esigenze della clientela si parlava anche l’ungherese e il ceco, laddove nei circoli culturali era d’obbligo il francese. Un ricettario di pasticceria è anche di più. Mangiare dolci, infatti, non è una necessità, ma un invito alla convivialità. Questa buona disposizione d’animo che spinge a incontrarsi per bere una tazza di tè, a passeggiare nei parchi di Abbazia, a chiacchierare, a civettare, a spettegolare o a discutere di affari in un clima disteso, unita all’internazionalità linguistica, mi ha fornito gli elementi base per creare Dolce Époque, un progetto scenico-musicale brillante, di carattere ludico, che vuole promuovere i valori fondanti dell’Unione Europea.

Da sinistra: Vokalgruppe VIP, Marina Stanger

La Belle Époque va dal 1895 al 1913. Dolce Époque abbraccia gli anni dal 1900 al 1925, comprendendo quattro anni di guerra. Come mai questa scelta?

MP: Non essendo il nostro un periodo storico ma un progetto artistico, siamo molto più flessibili, motivo per cui qualche incursione occasionale fino agli anni Quaranta e oltre è concessa e ben tollerata dalle esigenze di programma. La Prima guerra mondiale ha stravolto il mondo occidentale, rivoltando tutto un sistema di valori e di rapporti tra le classi sociali in maniera irreversibile. Dopo quella guerra, costata un numero altissimo di vite, soprattutto giovani cui poi l’epidemia spagnola diede il colpo di grazia, nulla fu più come prima. Non potevamo non tenerne conto.

In Dolce Époque affrontiamo il tema della guerra con estrema delicatezza, senza trascendere in giudizi d’ordine etico o politico che spettano alle scienze storiche. Masse di cittadini europei, già in movimento tra i continenti, lasciarono casa e famiglia per emigrare in America, Australia o nelle Indie e la maggior parte non fece mai più ritorno a casa. La nostalgia per le proprie radici ha tuttavia aperto una profonda ferita in chi, dietro, si è lasciato una civiltà così imponente come quella europea. Da questo sentimento  struggente, carico di passione, contaminato da sentimenti anche contraddittori come rabbia e dolcezza, sensualità e aggressività, sono nati generi musicali divenuti poi famosi in tutto il mondo. Tipo il tango, per citarne uno. Abbiamo quindi dedicato uno spazio apposito al genere, perché ripropone armonie e ritmi che, se da un lato sanciscono una frattura con la tradizione, dall’altro hanno una fortissima carica emotiva. È un repertorio che fa presa sulla platea, anche a un secolo di distanza. Oltretutto, è tutt’altro che facile da eseguirsi.

Da sinistra: Ilaria Zanetti, Vokalgruppe VIP

Dal 2017 il concerto ha attraversato Croazia, Italia, Germania, Austria ed era previsto anche in Belgio. Un progetto nel processo culturale europeo?

MP: Ci saremmo dovuti esibire a Bruxelles nel maggio del 2020, in occasione del turno di presidenza della Croazia al Consiglio europeo, se non fosse scoppiata la pandemia. Sì, questo è un progetto la cui intenzione è quella di avvicinare i cittadini europei, in particolare i giovanissimi, per far comprendere quanto in comune abbiano le nazioni d’Europa, la cui storia nei secoli passati è stata costellata di tragedie e turbolenze di vario tipo. Ciononostante, in tutti noi sono radicati oggi gli stessi principi culturali, gli stessi valori.

Sembrano cose molto ovvie, ma posso garantire che, dall’esperienza accomunata negli ultimi cinque anni dacché il progetto è nato, ho notato che molti, troppi ancora non comprendono che l’Europa è fatta di persone, di voci che si devono ascoltare. L’Europa è fatta di individui, non di uffici. La cosa più sorprendente è che a ostacolare questo tipo di iniziative transculturali, paradossalmente, sono spesso proprio quelli che appartengono all’apparato statale. Quelli che dovrebbero favorire e non ostacolare la realizzazione di progetti di portata europea che nascono da un’iniziativa dei cittadini e riescono, ciononostante, ad attirare l’attenzione di pubblico e media, senza passare prima per i meandri burocratici dei concorsi pubblici o dei programmi lanciati da Bruxelles. C’è ancora molta insensibilità, impreparazione o disinteresse da parte delle istituzioni in tal senso. In casi estremi ho assistito persino a reazioni di rivalsa dettate dall’astio o dalla gelosia nei confronti di chi, avendo buone idee da proporre, si deve per questo ostacolare affinché i suoi buoni risultati non mettano in cattiva luce chi, dovendoli raggiungere per dovere professionale, magari non è invece capace di farlo. Poche e ancora fin troppo rare sono le menti illuminate che, dalle loro scrivanie, si impegnano veramente ad affinare la nostra visione della società civile occidentale. Mi piace citare le parole che Tobias Winkler, il direttore dell’Ufficio europeo di Monaco di Baviera, pronunciò quando nel 2018 ci siamo esibiti al Deutsches Theater, registrando il tutto esaurito: la missione dei cittadini europei è restare uniti nella loro diversità.

Da sinistra: Marina Stanger, Toni Flego

Parliamo del concerto. Come sono stati scelti i brani e come dialogano tra loro?

MP: Il programma ha una struttura modulare. È organizzato in una successione di una trentina di momenti scenico-musicali di breve durata, in cui vengono presentati diversi sketches, volti a intrattenere il pubblico con verve e ironia. Sulla scena vengono riproposti momenti di vita quotidiana della riviera, aneddoti e reali situazioni di cui i protagonisti furono alcuni celebri personaggi storici, in soggiorno sulla Riviera di Abbazia. Tra questi Giacomo Puccini, Pietro Mascagni, Albert Einstein, la prima donna premio Nobel per la pace Bertha von Suttner, la madrina della danza moderna Isadora Duncan, Sarah Bernhard, Giorgio De Chirico, Gustav Mahler, James Joyce, Vladimir Nabokov e tanti altri. Pur non essendoci pause, il pubblico a fine programma richiede sempre dai due ai quattro bis. I brani da noi selezionati risalgono tutti al periodo che va dalla fine del XIX a circa la prima metà del XX secolo. Gli attori, i cantanti e i ballerini vestono costumi d’epoca, confezionati in gran parte da noi su modelli originali dell’epoca.

Da sinistra: Andrea Tarabusi, Vokalgruppe VIP, Enrica Morini, Kateryna Makhnyk.

Chi sono gli artisti della Dolce Époque?

MP: Il nostro gruppo è formato da artisti italiani, croati e tedeschi. La maggior parte di noi si conosce dall’infanzia, avendo studiato musica insieme.

Marco Ferri è oggi primo violino dell’orchestra del Teatro di Bologna, mentre Enrico Ferri è violoncellista dell’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia: il virtuosismo di questi due archi è indispensabile nel nostro organico strumentale poiché dà corposità a qualsiasi tipo di formazione, dal duo al quintetto.

Marco Bedetti, compositore, cura gli arrangiamenti dei nostri brani, ma ne ha anche composti alcuni ad hoc per il concerto di Modena, dove ci siamo esibiti il 10 giugno scorso al Teatro Pavarotti-Freni, con il patrocinio delle città di Modena ed Opatija, del Parlamento europeo, dell’ambasciata di Croazia e dei Consolati generali di Austria, Germania e Giappone. In onore di quest’ultimo, il Maestro Bedetti ha suonato alcuni suoi componimenti haiku, di cui alcuni in prima assoluta.

Con noi si è esibito anche un giovane di spiccato talento, Matteo Di Bella, appena diplomato in pianoforte al Conservatorio di Trieste.

Attraversando più generi del primo Novecento, tra cui il jazz, non potevamo fare a meno di Innocenzo Caserio alla tromba, e dei cantanti, tra cui il soprano Ilaria Zanetti, il cui trasformismo e la cui brillantezza hanno già impressionato l’esigente pubblico viennese, quando ci siamo esibiti alla Marmorsaal del Palais Strattman-Trautson di Vienna nel 2019.

L’ensemble vocale maschile dei VIP è composto da 5 ex-cantori del Duomo di Dresda. All’arricchimento scenico-performativo degli sketches hanno invece contribuito l’attrice croata Marina Stanger di Lovran e il ballerino Toni Flego, croato appartenente alla minoranza degli Italiani di Fiume.

All’architetto Enrica Morini dobbiamo la supervisione tecnica del materiale grafico, come pure quella dell’impianto di scena e il coordinamento logistico.

Infine, siamo stati felici di poter accogliere come ospiti del programma il soprano ucraino Kateryna Makhnyk, che ci ha aiutati a portare in scena il celebre brano ucraino Ščedryk, il corpo di ballo della Scuola di danza La Capriola Formazione ModenaDanza di Modena, e Andrea Tarabusi nel ruolo di una mirabolante comparsa.

Che messaggio lancia ai lettori, soprattutto ai più giovani?

MP: Li invito a venirci a vedere per capire cosa sia l’eleganza e per imparare di nuovo a ridere. Ridere è una reazione istintiva e spontanea, dalla quale i media ci stanno disabituando. Chi naviga in rete sfoglia, legge, guarda, si annoia, gioca, si informa, compra, scrive, ascolta, consuma, ma raramente ride. Forse perché ridere, come già disse Chopin, è una cosa seria. Eppure, resta un dolce piacere che fa star bene tutti, senza eccezioni né limiti d’età.

Per vivere ancora la magia di Dolce Époque e saperne di più, cliccate qui per visitare il sito dedicato.

Luca Benvenuti