Tredici storie di ordinaria follia si susseguono sullo sfondo di una provincia di Doneck dove è ancora in corso la guerra dei separatisti della Repubblica autoproclamata filorussa con il governo di Kiev. Tra corruzione e violenza, miseria e trivialità, seguiamo un’umanità dolente in una terra martoriata e strumentalizzata, apparentemente senza possibilità di riscatto.

Già da tempo è scemato l’interesse dei media occidentali nei confronti del Donbass, la zona dell’Ucraina orientale che, ignota ai più, aveva fatto prepotentemente irruzione sulla ribalta di stampa, televisione e internet nel corso del 2014, all’altezza dello scoppio e della fase più acuta del conflitto tra il nuovo governo ucraino e le due Repubbliche autoproclamate di Doneck e Lugansk. Questa “guerra civile ibrida” e appesantita da innumerevoli zone d’ombra ha fatto da detonatore per il ben noto inasprimento degli ultimi anni nei rapporti tra Federazione Russa e Occidente. Su di essa sono stati girati, da una parte come dall’altra della barricata, perlopiù film di propaganda di dubbio valore, tanto documentari quanto di fiction, mentre fra le poche eccezioni di qualità che toccano almeno in parte il tema si possono invece ricordare Mariupolis di Mantas Kvedaravicius, Frost di Sharunas Bartas e il Closed Relations di Vitalij Manskij. Ma, soprattutto, quella che il governo di Kiev chiama “operazione antiterrorismo” e i rappresentanti delle “Repubbliche popolari” filorusse percepiscono come una lotta per la liberazione, si è diffusa a macchia d’olio nella rete e nei social network attraverso video di immediato impatto approntati dalle televisioni locali, ma anche e soprattutto amatoriali, dove il confine tra realtà e mistificazione è estremamente labile, senza perciò sminuirne purtroppo il potenziale manipolatorio in un contesto di vera e propria guerra dell’informazione dal fortissimo sostrato ideologico.

A quattro anni dall’inizio di un conflitto che è ancora in corso sebbene congelato e in sordina mediatica rispetto alle sue prime fasi, un documentarista di grande esperienza come Sergej Loznica ha deciso di girare in merito non un documentario, ma un film di fiction (desolato e inquietante quanto i suoi precedenti La mia gioia e Una creatura gentile) i cui molteplici soggetti intrecciati sono però ispirati proprio a materiale video estrapolato da YouTube e girato nel Donbass da utenti amatoriali. Loznica ha scelto di concentrarsi esclusivamente su una delle parti della barricata, e va detto subito che la prospettiva adottata è senz’altro parziale e che sarebbe forse auspicabile girare un film analogo e speculare sull’Ucraina occidentale, che negli ultimi quattro anni si è arenata anch’essa in un groviglio di contraddizioni, storture ideologiche e lotte intestine. Ma questa è un’altra storia: qui seguiamo invece le storie sparse degli abitanti di una delle Repubbliche autoproclamate e parte della “comunità immaginaria” della Novorossija, mitica entità nazionale russofona e russofila ma indipendente che impernia la sua identità sui legami passati e presenti con la Grande Russia, e ancor più con l’Unione Sovietica trionfatrice contro un non meglio identificato “fascismo” di cui le forze armate di Kiev sarebbero la nuova incarnazione. In questo Stato modellato a tavolino vediamo alternarsi funzionari, miliziani, mercenari, poliziotti, imprenditori, pensionati, gente comune che vive ormai da tempo nell’epicentro di un crudelissimo conflitto tanto armato quanto ideologico capace di annullarne o quasi l’umanità, di scarnificarla fino a ridurli a dei grumi informi di sofferenza su uno sfondo di violenza e corruzione. Nel complesso questa sorta di bestiario, questo caleidoscopio di frammenti di un’assurda contesa che ha spezzato un paese in due fa soffrire lo spettatore insieme all’umanità dolente e talvolta ripugnante che scorre sullo schermo: davanti a noi si alterna infatti una costellazione di personaggi che ora sembrano scambiarsi un’immaginaria staffetta nei lunghi piani sequenza che segnano il passaggio da una storia alla successiva, ora baluginano di sfuggita e a sorpresa in un altro episodio dopo uno stacco spaziale e temporale.

Donbass, film complesso incentrato su uno dei nodi geopolitici più spinosi degli ultimi anni, può ricordare a suo modo La polveriera di Goran Paskaljevic, altro film a episodi ambientato in una Belgrado post-bellica stralunata e disturbante dove le ferite dei massacri nei Balcani sono ancora ben lungi dall’essere rimarginate, ed è stato definito ora una farsa, ora una commedia nera, o ancora un film grottesco o addirittura tragicomico. Certo, è difficile prendere sul serio il miliziano con il berretto da cosacco che, a mo’ di goliardico portavoce incaricato di parlare con un reporter di guerra tedesco, sbraita sproloqui sulla “peste fascista” estirpata in Germania ma non a Kiev, e assicura che i separatisti potrebbero vincere una nuova “Grande guerra patriottica” in Europa; oppure la presidentessa compunta di un’associazione religiosa che decanta le virtù taumaturgiche dell’icona e delle reliquie di un santo di Cherson per spillare soldi al governatore della Repubblica autoproclamata, che ovviamente è ben più furbo e senza scrupoli di lei; o, ancora, la lunga scena del matrimonio, celebrato in municipio con tutti i crismi previsti dalla legge della Novorossija, tra un veterano della “milizia popolare” e una folcloristica virago, dove effettivamente Loznica pare mostrarci una satira messa in scena da un gruppo di saltimbanchi. Eppure, c’è una tale percentuale di verosimiglianza tanto nelle situazioni quanto nelle figure, nella loro mimica e nella loro intonazione, che anche un’eventuale risata nervosa o disgustata si blocca in partenza: da questo punto di vista Loznica non può che ricordare un classico della letteratura russa nato in terra ucraina, quel Nikolaj Gogol’ che nelle sue opere ci restituisce un’immagine deformata e antiprospettica degli esseri umani che in ultima analisi è più veritiera di quanto sembri. Loznica peraltro strizza direttamente l’occhio a Gogol’, chiamando lo sposo ex miliziano con il ridicolo nome di Ivan Pavlovic Jajchnica (letteralmente “Ivan Pavlovic Uovo-al-tegame”), non a caso lo stesso nome di uno dei personaggi principali della pièce gogoliana Il matrimonio, ma va detto che tanti “nomi di battaglia” dei miliziani del Donbass non sono meno surreali. In fondo così facendo egli mette in primo piano proprio la pošlost’, quel misto di mediocrità, volgarità, piccolezza intellettuale e morale di cui sono intrisi i soggetti gogoliani e che in una situazione estrema come quella di una guerra rinfocolata dalla propaganda (a maggior ragione in paesi vulnerabili dove i traumi dell’epoca sovietica non sono mai stati davvero superati) si traduce facilmente per l’uomo medio in aggressività, odio, sopraffazione, violenza, insomma in una spirale senza via di uscita. Tristemente proverbiale, in questo senso, è la scena della gogna del volontario di un “battaglione di volontari” ucraino: noi non sappiamo di che crimini si sia potuto macchiare, ma il suo linciaggio per strada da parte dei passanti è a dir poco raccapricciante. Così come senza via d’uscita sono le Anime morte di Gogol’, inferno meschino senza il riscatto di un paradiso che lo scrittore non riuscì mai a redigere.

E il film, con la sua programmatica composizione ad anello, si apre e si chiude in un vicolo cieco senza possibilità di riscatto: la sinistra montatura di un reportage su un bombardamento dell’esercito ucraino con comparse reclutate e pagate ad hoc, che alla fine passano dal ruolo di testimoni a quello di cadaveri, con conseguente giro di giostra di fake news e sciacallaggio, se da un lato conferma il cinismo e il ritorno al principio dell’homo homini lupus in tempi di guerra, dall’altro gira il dito in quella piaga che è la scarsa attendibilità dell’informazione, tra media ufficiali manovrati e social network che si rivelano anch’essi una fucina per notizie fasulle facilmente strumentalizzabili con conseguenze spesso deleterie per l’opinione pubblica, specie in un conflitto delicato e profondamente sentito da russi e ucraini come quello nel Donbass. Allo stesso tempo il regista, nell’inquadratura fissa finale sul set televisivo, sembra sottoporre al banco degli imputati il suo stesso lavoro, suggerirci che tutto il circo degli orrori che abbiamo appena visto non era che una messinscena premeditata, con attori e quinte scenografiche. I morti però – come quelli dentro la roulotte che vediamo nello stesso fermo immagine – ci sono stati per davvero.