Edmondo Bacci. L’energia della luce

Peggy Guggenheim Collection

Si conclude oggi la personale dedicata a Edmondo Bacci (Venezia 1913 – 1978) presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia. La mostra, curata da Chiara Bertola, approfondisce il periodo in cui il pittore veneziano ha raggiunto un successo internazionale: gli anni Cinquanta rappresentati dalle serie Fabbriche, Avvenimenti e Albe e la sperimentazione a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Anni costellati di successi per l’artista, a partire dall’acquisto di una sua tela da parte del lungimirante Alfred Barr Jr., direttore all’epoca del MoMA di New York che, visitato lo studio dell’artista a Dorsoduro insieme ad un’entusiasta Peggy Guggenheim, non si era lasciato sfuggire l’occasione di acquistare l’opera  Avvenimento #13R per esporla oltreoceano. Del resto come non rimanere affascinati da questa tempera grassa su tela (tecnica utilizzata per la maggior parte delle opere esposte) in cui la rossa anima delle fabbriche divampa su una nera struttura costellata di vapori bianchi, gialli e violetti.

Edmondo Bacci, Avvenimento #13R (Avvenimento plastico), 1953

In quest’opera si scruta il passato e il futuro di Bacci. Si individuano le ricerche in comune con artisti veneziani a lui contemporanei – in particolare Pizzinato e Vedova, ma anche l’insegnamento di Virgilio Guidi, suo maestro all’Accademia di Venezia, che gli ha insegnato l’importanza di svelare la luce interiore nell’opera d’arte. Nelle successive opere di Bacci questi influssi, uniti alla pervasiva presenza della città di Venezia, incontrano un rilevante movimento artistico del dopoguerra: lo spazialismo di Fontana. Come ricorda Bacci, in conversazione con Toni Toniato e Gino Morandi, aderire allo spazialismo fu qualcosa di naturale. Un evento che però sulla tela si traduce in un’esplosione di forme e colori. In quegli anni nascono opere di una potenza incredibile, un turbinio di colori in equilibrio lirico perfetto e dirompente, tanto da spingere Peggy Guggenheim ad accostare il timido pittore veneziano al celebre Kandinskij.

Lo spazialismo, come spiega la curatrice in un interessante intervento disponibile online sul canale del museo, è stato recepito in modo differente dagli artisti milanesi e veneziani. Infatti, se i primi hanno risposto all’appello enfatizzando la gestualità, i secondi, memori dell’importante tradizione pittorica veneziana, hanno agito attraverso il colore, e ognuno in modo differente. Il colore di Bacci è un vortice che conquista, ad ogni tela diverso, lirico ed entusiasmante. Gli Avvenimenti, quelle “presenze di qualcosa che sta per accadere” come li definiva il pittore, rappresentano “un incontro con una realtà possibile”, non un evento preciso. Tuttavia riusciamo a intravedere alcuni indizi dell’epoca.

L’artista è presente, dal suo studio riflette sul mondo. All’arrivo della corrente cinetica inizia a sperimentare con gessi, puntine, fili e polistirolo. Nell’archivio sono conservati molti strumenti della sua ricerca insieme anche ai disegni che, presenti in mostra, aiutano a comprendere il percorso artistico di Bacci. La conquista dello spazio e del movimento si attuano attraverso il lavoro costante dell’artista, verso la fine del percorso espositivo le forme diventano forze centrifughe dove la luce si impossessa dell’opera per sprigionare una carica sovraumana, non tanto un ricordo dei cieli della tradizione veneziana, quanto un evento atomico.

Alla fine della mostra desta stupore pensare che Edmondo Bacci, un uomo così tranquillo nella quotidianità e al tempo stesso dirompente nella sua arte, sostenuto da Carlo Cardazzo e da Peggy Guggenheim, pienamente riconosciuto nella sala a lui dedicata alla Biennale del 1958, sia stato quasi dimenticato. Proprio per questo l’esposizione, nata dall’impegno del museo e dalla passione della curatrice e dello staff, merita un plauso. Prossimo appuntamento è con Marcel Duchamp.