Remo Manfredini è un fantino leggendario in crisi di risultati e di identità. Vorrebbe ritirarsi, ma i suoi debiti con il boss Sirena lo costringono a continuare, fino a quando un incidente non lo fa finire in ospedale in fin di vita. Quando, miracolosamente, si risveglia qualcosa è cambiato…

Si può parlare di identità (di genere, ma non solo) facendo un film sull’ippica? L’accostamento sembra improbabile, ma Ortega scommette sul fatto che proprio da due temi apparentemente incompatibili possa scaturire la creatività, uno sguardo nuovo e originale su uno dei temi più esplorati degli ultimi anni. La scommessa è vinta: El Jockey è un film imprevidibile e mutaforma, in cui i fantini si scaldano come ballerini di danza classica, ballano scatenati come nel finale di Saltburn o Sam Rockwell in Moon, e i gangster girano accompagnati da neonati che non sembrano invecchiare mai. È un’esplorazione dell’identità di Remo che rinasce Dolores che a sua volta era rinata Remo: un’identità cangiante raccontata con toni grotteschi e surreali e un pizzico di realismo magico, donando a Remo/Dolores una mistica che lo rende un personaggio quasi ultraterreno, meravigliosamente interpretato da Nahuel Pérez Biscayart.

Ortega sembra più a suo agio (e, forse, anche più interessato) con le immagini che con le parole, e questo si riflette nella natura episodica e “a quadri” del film, nel bene e nel male. Narrativamente, il film procede in modo sincopato, per quadri, come un sogno (o un incubo), ricco di suggestioni che parlano all’inconscio prima che al cervello razionale. Visivamente, le immagini creative ed evocative abbondano e tradiscono un’immaginazione vivida e fresca, a stento frenata dai confini di un’opera comunque narrativa, e supportata da una colonna sonora eccezionale.

El Jockey è un film sulla necessità di rinnovarsi, soprattutto a seguito delle avversità, e sul potere catartico di questo atto di riscoperta, in grado di correggere la rotta di una vita lanciata come un cavallo in corsa, riuscendo a evitare che si schianti sulle balaustre e facendolo invece correre, finalmente, libero, verso un futuro non ancora scritto.