“El Mazaròl” di Juri Ferri

Si dice che il Mazaròl o Mazariol sia un essere solitario e maligno, un folletto dalla barba folta e le scarpe a punta, un’entità di rosso vestita che si aggira tra le Dolomiti. Se ne calpesti le orme verrai condotto alla sua grotta e perderai la memoria, senza ricordare più la via di casa.

Attinge proprio da questa leggenda del folklore trentino il cortometraggio di Juri Ferri, prodotto da Magenta Films. Presentato in concorso nell’edizione 2026 dell’Edera Film Festival, sezione Focus Nord Est,  “El Mazaròl” non passa di certo inosservato. È un’opera dal grande potere suggestivo, scritta da sei giovani autori nell’ambito di una residenza artistica promossa da Progetto Vallə, volto a valorizzare l’identità culturale e geografica attraverso il dialogo intergenerazionale.

Atmosfere mistiche corroborate da un marcato bianco e nero accompagnano la storia di Agnese e Vanni, una coppia residente nell’incontaminato Trentino dei primi del ‘900. La loro parca esistenza, fatta di lavoro manuale e tediose consuetudini, viene interrotta dalla comparsa di Luzia, ragazza sperduta dalla memoria fallace. La nuova arrivata si cala in un quadro familiare che di idilliaco ha ben poco, dove l’aggressività è ordinaria e la speranza non trova spazio; per Agnese vessazioni e abusi verbali sono la normalità, è serva e non compagna. I confini della casa nel bosco in cui vivono i tre diventano la barriera oltre la quale le protagoniste non possono muoversi, da rifugio per Luzia a luogo dove sottostare alla mercè del demoniaco Vanni. Luzia, scopertasi incinta, rivela ad Agnese di essere fuggita dalla grotta del Mazaròl, dando così consistenza fisica a ciò che, fino a quel momento, si riteneva leggenda. La carnalità entra nella narrazione, palesando le difficoltà di concepimento della coppia trentina ed evidenziando quindi la ‘superiorità’ della nuova arrivata, che diventa oggetto delle viscide attenzioni di Vanni. L’isolata casupola diviene una prigione, rivelandosi in tutto e per tutto una caverna da cui l’uomo-Mazariol non lascia allontanare le due donne, ormai incapaci di ricordare la strada che possa portarle alla libertà.

“El Mazaròl”  è una metafora interessante, un cortometraggio dove la scrittura in parte femminile ammorbidisce delle scelte registiche muscolari, più attente a veicolare un determinato tipo di genere cinematografico che un solido messaggio. Le suggestioni proposte sono molto efficaci, i raccordi sonori ansiogeni, i simbolismi si sprecano. Il presagio di morte e di inevitabile perdizione aleggia su tutta l’opera e le prove delle due attrici (Beatrice Elena Festi e Camilla Martini) valorizzano i concetti espressi. La fotografia di Piero Cioffi spicca e sublima le scelte di Andrea Vigoni scenografo, tra gli altri, del corto “Filipiñana” (2020) diretto da Rafael Manuel  e vincitore dell’Orso d’Argento nella 70esima Berlinale Shorts.

Lo spirito femminista del cortometraggio di Juri Ferri emerge nella comunione d’intenti delle sue protagoniste, in una Luzia che da vittima diviene invece chiave attraverso cui Agnese trova la libertà fuggendo da Vanni, il suo personale Mazariol. Si dice che le leggende abbiano sempre un fondo di verità e “El Mazaròl” ci dimostra come, a volte, l’orrore non abbia le sembianze di un mostro millenario ma quelle, molto più inquietanti, di un uomo qualunque.

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