L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti inaugura la stagione sinfonica e d’opera di Bolzano venerdì 7 novembre, nell’allestimento coprodotto da Fondazione Haydn Stiftung e Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Ne cura la regia Roberto Catalano che trasla la vicenda in un parco giochi d’una generica periferia italiana degli anni Cinquanta, dove i contadini baschi diventano annoiati travet, Dulcamara artista di strada, Nemorino netturbino e Adina manager in carriera. La parola chiave è caduta, intesa non come errore, ma come gesto necessario per tornare umani. Il preludio si apre con un’immagine muta: una bambina cade da un’altalena, un gioco si spezza, la luce svanisce. È la piccola Adina, colta nell’attimo in cui perde la fiducia nel mondo. Questo frammento, introdotto con pudore e precisione visiva, è la chiave di volta.



L’idea è interessante perché, invece di sviluppare le pieghe più analitiche del trauma, inserisce un sotto-testo psicologico in un’opera solitamente leggera, creando un filo invisibile che lega la comicità all’emozione. Elisir diventa la storia di una comunità che, dietro la leggerezza, cerca di rialzarsi da una ferita. Anche Nemorino cade nell’illusione della ciarlataneria per rialzarsi alla fine nella realtà di Adina che concepirà l’amore non più come pericolo ma possibilità. La caduta, in sintesi, è un atto di grazia. Tra rimandi a Fantozzi e 8½, grazie alla scena fissa ma colorata di Emanuele Sinisi e i costumi di Ilaria Ariemme, Catalano tratta tutto con eleganza e leggerezza: la caduta non è umiliante perché la bevanda venduta da Dulcamara fa tornare bambini i miseri impiegati, felici di giocare tra di loro. Le cadute di Adina e Nemorino si incontrano nella reciproca resa davanti a un parco che torna vivo. In questa atmosfera di allegria, forse troppo freddo si rivela il lighting design di Oscar Frosio, ma nel complesso l’allestimento funziona, lasciando allo spettatore il ricordo di alcuni momenti ben risolti, come la scena quarta del secondo atto.



La direzione di Alessandro Bonato, già impegnato nel Barbiere a Trento lo scorso febbraio, accompagna con rara sensibilità il percorso emotivo della regia. L’Orchestra Haydn suona con colori pastello, linee morbide e tempi elastici. Nei concertati, Bonato privilegia la chiarezza del fraseggio; nei momenti lirici, il respiro ampio e la sospensione. È una direzione “narrante”, perfettamente in sintonia con il linguaggio di Catalano, nella quale la musica diventa il “movimento interno” della caduta, traducendo in suono ciò che la scena mostra con il corpo.
Il cast è di alto livello. Lucrezia Drei spicca nel ruolo di Adina, descritta con una linea di canto raffinata e misurata, salda nei momenti di emozione autentica, dal fraseggio chiaro e originale. Matteo Roma risente a tratti di un vibrato emendabile, ma nel complesso ritrae un Nemorino sincero, privo di manierismi e ricco di vita. “Una furtiva lagrima” è giocato sulla trasparenza e non sulla potenza. Hae Kang è Belcore dalla dizione cristallina, dotato di un ottimo controllo del legato, una buona emissione e padronanza del fraseggio. Roberto de Candia offre un Dulcamara musicalmente sicuro e competente, con un canto che punta più sulla chiarezza, l’eleganza e il controllo stilistico che sulla caricatura pesante del buffo. Giannetta, solitamente relegata in secondo piano, ha qui dignità e risalto grazie a Gabriella Ingenito, soprano dal piglio carismatico e brillante.
L’Ensemble vocale Continuum, diretto da Luigi Azzolini, partecipa attivamente all’azione drammatica con competenza e una tessitura sonora chiara e omogenea.
Successo per tutti alla prima del 7 novembre.
Luca Benvenuti






