La 34. edizione del Bergamo Film Meeting è stata vinta da Enklava/Enclave di Goran Radovanović, una coproduzione tra Serbia e Germania. Il premio attribuisce un riconoscimento economico di 5.000 euro che “vuole essere un aiuto concreto alle produzioni di giovani autori, oltre che un apprezzamento verso il cinema di qualità”.
La vicenda è ambientata nel 2004 in Kosovo, cinque anni dopo la guerra. Nenad è un bambino serbo, introverso e sensibile, che vive con il padre e il nonno malato in un villaggio nel nord del Kosovo, una piccola enclave cristiana protetta dalle truppe di pace del KFOR (Kosovo Force) delle Nazioni Unite. La situazione costringe Nenad ad andare a scuola accompagnato dai soldati con il carrarmato, ed è l’unico allievo, preso in giro dagli altri bambini kosovari albanesi interessati solo a giocare a pallone. Anche nel suo villaggio è l’unico ragazzino e vive col padre e con l’anziano nonno dopo che la madre è andata a cercare fortuna a Belgrado.
Gli sguardi che si scambia coi coetanei albanesi nascondono a stento un odio atavico represso in centinaia di anni e drammaticamente esploso con la guerra; lo stesso odio che percorre il breve spazio che intercorre tra l’enclave e i villaggi vicini abitati da kosovari albanesi.
L’unico passatempo del ragazzino è il gioco del domino col nonno e le quattro chiacchiere col prete ortodosso della vicina chiesa.
Uno dei bambini albanesi, Bashkim, ha una particolare avversione nei confronti dei serbi, che ritiene responsabili della morte del padre. Un giorno, mentre al villaggio si celebra un matrimonio, ma anche il funerale del nonno di Nenad, i due bambini si ritrovano faccia a faccia in una sorta di scontro involontario e denso di tensione.
Il regista serbo Goran Radovanović decide di raccontare con Enclave un piccolo capitolo oscuro della storia recente della ex Jugoslavia, la realtà della popolazione serba rimasta in Kossovo e costretta a vivere isolata e costantemente discriminata da quella albanese.
Ma il concetto di fondo che anima l’opera di questo regista (di buona esperienza documentaristica) è quello che nessuno si deve sentire libero da responsabilità per una situazione che prima di essere una conseguenza politica è soprattutto di tipo sociale, arcaica quasi tribale, nella quale l’odio tra le varie etnie è una miscela inesauribile.
Radovanović ha il merito di raccontare una storia piccola, magari anche marginale, con grande lucidità, con sobrietà, in un racconto abbastanza neutro, senza mai far pesare l’indicazione di un giudizio storico o politico, ma invece mettendo al centro l’individuo come attore protagonista di questa storia di odio e di violenza che viene raccontata.

Il secondo premio della mostra concorso è andato al film di Slávek Horák Domácí péče/Home Care della Repubblica Ceca, Qui la protagonista è Vlasta che fa l’infermiera a domicilio in una cittadina della Moravia. E’ una donna generosa e altruista che ha dedicato tutta la vita alla sua famiglia e ai suoi pazienti, che ha sempre posto in primo piano le esigenze degli altri limitando naturalmente le proprie. La sua convinzione è anche quella di credere profondamente nella medicina tradizionale e anche nella competenza dei medici. Ma un giorno tutto cambia all’improvviso, quando scopre di essere malata e le sue certezze vengono a sciogliersi. Grazie ad una serie di incontri scopre nuove prospettive e capisce di essere una donna che ha bisogno, come tutti, di amore e di attenzioni.
L’opera prima di Slávek Horák è un film tenero, delicato, che cerca di raccontare la fragilità dell’animo umano anche in quelle persone apparentemente forti che donano agli altri il loro tempo e le loro energie con generosità.
Il terzo premio è stato assegnato a 2 Nights Till Morning del regista finlandese Mikko Kuparinen.

Si tratta di un film ambientato a Vilnius, capitale della Lituania, dove Caroline, un architetto francese è costretta a restare una notte in più a causa di una riunione di lavoro che viene posticipata. Ecco allora che al bar dell’albergo fa la conoscenza di Jaakko, un dj finlandese. Non è un contatto facile, visto che non parlano la stessa lingua, ma sembrano apprezzare la reciproca compagnia tanto che passano la notte insieme. Il giorno dopo si devono salutare, ma una nube di cenere che arriva a seguito di un’eruzione vulcanica porta a bloccare tutti i voli. C’è allora una seconda occasione per loro, per incontrarsi, conoscersi meglio e capire se quello è un incontro importante che va oltre l’occasionalità del momento.
Un’opera prima ben costruita e ben interpretata da Marie Josée Croze (già premiata a Cannes per Le invasioni barbariche e prossima interprete di Le confessioni di Roberto Andò) che testimonia come ogni giorno possa nascondere incontri sorprendenti e situazioni impreviste.
Da segnalare, inoltre, che nella sezione Visti da vicino il premio miglior documentario CGIL Bergamo sia andato a Wir können nicht den hellen Himmel träumen/We Cannot Dream a Bright Blue Sky film tedesco diretto dalla alto atesina Carmen Tartarotti (che ha ottenuto un premio di 2.000 euro per valorizzare le produzioni cinematografiche indipendenti).
E il documentario della Tartarotti, che ha preso dieci di anni di lavoro, racconta con rigore e attenzione, la vita di Suor Benvenuta e Suor Angelica, due suore di clausura (ma anche sorelle biologiche) che gestiscono un convento in Alto Adige.






