“Epepe” di Ferenc Karinthy

Epepe (1970, dopo esser uscito a puntate l’anno precedente sull’importante quotidiano magiaro Magyar Nemzet) è uno di quei romanzi a metà strada tra un film dell’Est anni ’80 (The War of the Worlds: Next Century, O-Bi, O-Ba: The End of Civilization, Zero City), sull’angoscia dell’uomo moderno e la disumanizzazione delle metropoli, e il low fantasy d’un certo cinema statunitense anni ’90 (Groundhog Day), in cui il personaggio principale rimane intrappolato in un circolo temporale ineludibile. Immediato, peraltro, l’accostamento a Metropolis (1927), capolavoro distopico di Fritz Lang, tant’è che il titolo originale è stato tradotto proprio Metropole nell’edizione inglese (2008).

Scritto di ritorno da un viaggio in Giappone, il romanzo narra le vicende surreali di Budai, un linguista diretto ad Helsinki per un congresso internazionale che, per una sorta d’inspiegabile cortocircuito spazio-temporale, si ritrova inglobato in un’ignota città dall’idioma sconosciuto, in cui non sembrano regnare che calca, cinismo ed insofferenza diffusa.

Karinthy potrebbe aver tratto spunto, oltre che dai suoi innumerevoli viaggi, sia per via dell’attività letteraria che per impegni sportivi (è stato campione da giovane e poi allenatore d’uno dei più importanti club ungheresi di pallanuoto), dalla situazione politica a Budapest nel 1944, quando il partito filonazista delle Croci Frecciate vi seminava terrore e l’autore fu costretto a disertare, trovando rifugio in un ospedale: dovette addirittura sottoporsi a ben quattro interventi innecessari, pur di giustificare la sua permanenza di quasi un anno all’interno della struttura.

Pervaso dall’impossibilità di riuscire a comunicare, nonostante conosca più o meno bene almeno venti lingue (tedesco, inglese, olandese, latino, francese, italiano, spagnolo, portoghese, romeno, ladino, ebraico, armeno, cinese, giapponese ecc.), nonché sprovvisto di qualsiasi documento e bagaglio principale, il protagonista intraprende una vera e propria lotta per la sopravvivenza, nel (vano) tentativo di riuscire ad evadere da una dimensione tanto indecifrabile.

L’unico barlume di contatto umano sembra essere una ragazza alta e bionda, in uniforme blu, addetta a manovrare l’ascensore dell’hotel in cui si ritrova ad alloggiare, suo malgrado, e con la quale s’intrattiene per rapide e furtive interazioni al diciottesimo piano.

Ben presto inizia, però, a detestare la sua estraneità forzata nei confronti di quel luogo e dei suoi frenetici ed inospitali abitanti, accentuata da quell’incomunicabilità pressoché assoluta, che gli riserva solo sconfitte giornaliere, umiliazioni e lo tiene prigioniero. Sebbene, la certezza di percepirsi straniero rispetto a tutti gli altri, inizialmente gli conferisse la caparbietà necessaria per non arrendersi alla sua condizione d’impotenza.

A seguito di alcuni ulteriori inconvenienti, abbandonato ben presto a sé stesso e sempre più solo, in una giungla sterminata di pietra, cemento e mattoni, nella quale le differenze di genere sembrano avere un ruolo predominante, finisce per lasciarsi andare, annaspando a fatica in quell’oceano di ostilità immotivata, e ad incattivirsi per via d’un istintivo senso di ribellione.

Tra conigli d’Angora, cortei carnevaleschi, repentine sommosse popolari e un uomo in loden verde, probabile suo connazionale, perso di vista tra la folla metropolitana, non gli resta che porsi un quesito: che sia quella l’ultima stazione? L’ultima Thule piteana alla quale, prima o poi, tutti debbano approdare? O, forse, che il destino non riservi agli ignari avventori un ultimo spiraglio di approdo verso nuovi lidi?

Ferenc Karinthy
Epepe
Gli Adelphi, 2017
pp. 217, € 13,00