Romania, giorni nostri. Rebeca è un’energica adolescente rom che, mentre il padre scontava una pena per furto in carcere, ha trascorso diversi anni in un centro di accoglienza per orfani o bambini e ragazzi provenienti da situazioni familiari complesse. Grazie a dei laboratori organizzati presso il centro, Rebeca scopre la propria passione e il proprio talento per il teatro e decide di entrare all’accademia di recitazione cittadina, anche perché l’iscrizione a un istituto di istruzione superiore le consentirebbe di restare al centro anche dopo aver compiuto i 18 anni. Ma il percorso da intraprendere, tra il razzismo sempre latente, un riavvicinamento non facile con il padre appena scarcerato e l’instabilità emotiva e materiale al di là della ‘famiglia’ adottiva del centro, non sarà semplice…
In questa sede abbiamo già menzionato l’attenzione che la letteratura e il cinema recente dell’Europa centro-orientale stanno riservando alle comunità rom di quell’area, grazie a cui hanno visto la luce diversi lavori a cura di esponenti delle comunità stesse, ora nelle condizioni di poter raccontare senza limitarsi ad essere raccontati. E dalla Romania arriva ora a Venezia il primo lungometraggio diretto da una regista rom, Alina Şerban, che per questo suo debutto si ispira programmaticamente alla propria esperienza personale, appunto per ‘raccontarsi’ come donna rom.
“Eu contez” si rivela piuttosto distante dall’umorismo nero e dai risvolti talvolta grotteschi del “noul val românesc” che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni: se mai, si tratta di un’opera scientemente impegnata che affronta il tema sempre attuale dell’intersezionalità della discriminazione (razziale, di classe, di genere) cui si oppone una figura femminile catturata, lungo l’arco narrativo, durante una canonica storia di formazione e maturazione che la condurrà, nel finale, ad affermare la propria dignità personale e il proprio valore. “Eu contez” (“I matter” nel titolo internazionale): “Io conto”, “Io valgo qualcosa”, appunto. Un verbo coniugato alla prima persona che non può essere dato per scontato quando sei la figlia di un carcerato e, pur parlando perfettamente rumeno, vieni costantemente percepita come un corpo estraneo associato a stereotipi perlopiù negativi. Ma, nonostante le basi fragili da cui parte e i complessi di inferiorità che la inibiscono, Rebeca riuscirà a riscattarsi, o perlomeno a mettersi nelle condizioni di farlo, senza per questo rinnegare la propria identità di donna rom e i suoi trascorsi al centro di accoglienza, ma, anzi, valorizzandoli.
Buona parte del film ruota attorno agli archetipi della ‘casa’ e della ‘famiglia’ come nido accogliente e fortezza protetta in cui trovare sempre conforto e/o temprarsi prima di incamminarsi per il mondo sulle proprie gambe: esattamente ciò che manca a chi è sospeso in una posizione precaria come Rebeca e gli altri ospiti dell’istituto, tanto più le ragazze vicine alla maggiore età, costrette per legge a lasciare il centro per andare spesso incontro a una misera e umiliante vita da senza fissa dimora – ancora una volta, il focus è sull’assenza di quattro mura sicure entro cui poter fare ritorno.
Il disagio di Rebeca, infatti, è connesso in buona parte al fatto di non avere una casa e una famiglia nel senso tradizionale del termine, il che le impedisce di ideare uno ‘studio’ durante un’esercitazione teatrale evidentemente ispirata al metodo Stanislavskij – quando la ricostruzione in scena di un’esperienza realmente vissuta permette di lavorare con le emozioni da esprimere davanti al pubblico –, ma anche di far sbocciare una relazione col ragazzo dei graffiti, rom anche lui, ma con una famiglia – e soprattutto una mamma – anche troppo presenti. Nondimeno, il film è giustamente dedicato “a tutti coloro che si rivelano la nostra famiglia quando non ne abbiamo una”: e il centro di accoglienza, con i suoi numerosi e giovanissimi ospiti – tutti interpretati, come vediamo durante i titoli di coda, da piccoli attori non professionisti e anzi loro stessi residenti in un istituto – alla fine, nonostante gli inevitabili conflitti e incidenti di percorso, riesce a ricoprire quel ruolo per la protagonista, fino al suo definitivo passaggio a una vita autonoma.
Sicuramente merita un grande applauso l’interprete principale, Denisa Farcaș, capace di prestare voce e corpo a una quasi 18enne al contempo fragile e forte, sognatrice e disincantata, sfrontata e timida, attaccatissima al padre e bisognosa della propria indipendenza. Un volto che speriamo di vedere nuovamente sugli schermi, in storie dedicate alla comunità rom o semplicemente in storie rumene in cui la componente rom è, finalmente, considerata parte integrante di un tessuto sociale composito e plurilingue.










