Michal e Zuzka sono una giovane coppia di sposi che in una cittadina slovacca di medie dimensioni si gode una vita pressoché perfetta: una bellissima bambina, un lavoro soddisfacente, una bella casa, che cosa mai potrà succedere di brutto quando il pericolo più grave che possa incombere sembra essere quello di sbagliare il colore del nuovo armadio o il dover rimandare di qualche giorno una vacanza esotica? Eppure la mente e la memoria fanno brutti scherzi.

Tereza Nvotova è una regista slovacca sulla quarantina, nata a Trnava, ma ora attiva soprattutto a Praga, città che continua dunque, nel bene e nel male, ad attirare e “rubare” le forze creative e i talenti del paese fratello. Ha studiato del resto alla famosa scuola superiore di cinema della capitale ceca, la FAMU, e ha iniziato ben presto a creare documentari che interrogavano vari aspetti sociali di quelle terre, dall’attivismo di alcuni controversi gruppi religiosi (vicenda in parte basata su esperienze vissute direttamente dalla regista) ad un ritratto di un famoso politico populista che guidò Bratislava nei primi anni dell’indipendenza, Vladimir Meciar. Ma fra i successi innegabili della sua per ora ancora non ricchissima carriera non si può che rilevare con soddisfazione la vittoria del Pardo d’Oro – Cineasti del presente a Locarno (2022) con il suo precedente Nightsiren, un horror psicologico con toni femministi. Ad ogni modo diversi suoi film sono coproduzioni ceco-slovacche, a testimonianza della produttività (e forse necessità impellente) di tale combinazione creativa, ed anche in questo serrato dramma familiare recita in una piccola parte una delle più importanti e brave attrici ceche, Ana Geislerova. 

Il padre che dà il titolo a questo film che porta meritoriamente la Slovacchia nella seconda piattaforma competitiva di Venezia è Michal, interpretato con notevole presenza fisica da Milan Ondrik, e purtroppo la sicumera con cui egli sembra dominare e conciliare impegni familiari e carriera è pura apparenza, se è vero come è vero che gli accade uno di quegli incidenti imperdonabili e al contempo imperscrutabili di cui spesso si è letto nella cronaca degli ultimi anni: egli infatti dimentica in auto, legata al suo nuovissimo passeggino, la bimba di pochi anni, che inevitabilmente muore, dando la stura ad un dolorosissimo processo di autoanalisi. Il tremendo “incidente del passeggino”, incubo e tragedia incredibile per un comune lettore di giornali è, a quanto ci sembra di ricordare, qui tematizzato per la prima volta in un’opera cinematografica, e un’esperienza talmente distruttiva di vita familiare ha richiesto una notevole preparazione da parte degli attori, tanto più che esso è basato su un’esperienza reale occorsa a conoscenti della Nvotova.

A nostro parere la parte migliore del film è quella iniziale, che affastella eventi, preparativi, sogni, spostamenti e progetti della famigliola, facendo ad un contempo crescere in sottofondo il timore che questa superficie iperattiva stia per essere incrinata e fatta esplodere da una sorta di frontale autostradale: e la Nvotova riesce a condurci passo passo con una notevole maestria ritmica alla catastrofe che inevitabilmente trasforma il film da quadretto antropologico della nuova borghesia centro-europea in un percorso di recupero psicologico post-traumatico. Purtroppo non conosciamo bene lo stile prediletto dalla regista nelle sue precedenti prove, ma qui ella dimostra di saper gestire sia un ganglio psicologico da knock-out senza scadere in toni melodrammatici o in stereotipi cronachistici, sia una forma filmica densa e pulsante, intessuta di lunghi piani sequenza dominati con rigore e precisione, i quali trasmettono la sensazione di una velocità rutilante (che si dimostra infine eccessiva e mal gestita) di una vita condotta al massimo, ma diretta involontariamente contro un muro di cemento.

La gestione del dolore intimo, il riconoscimento dei limiti della propria colpa/responsabilità, la ossessiva ricerca di cause psicologiche o possibili scusanti, il rapporto potenzialmente annichilito con amici, colleghi e familiari, l’apatia anche professionale confinante con una depressione annichilente, tutti questi fattori sono convogliati senza eccessi e con equilibrio da una mano registica che rifugge i luoghi comuni e il cul de sac dell’eccessivo sentimentalismo. La Nvotova crea situazioni drammatiche, ma verosimili, si muove sul filo del rasoio dell’estrema esperibilità psicologica, ma non si trincera dietro soluzioni semplici, non cerca colpevoli, eroi o facili vie d’uscita. Solo il finale, che ovviamente non sveleremo, sembra essere fin troppo “comodo”, a rovinare parzialmente una costruzione per il resto convincente.