Presentato prima nel 2020 a Rotterdam e ora alla 30esima edizione del FESCAAL di Milano (ovviamente in streaming), Air conditioner è un piccolo gioiellino che spicca in mezzo al programma tanto della prima quanto della seconda kermesse.

Non siamo ovviamente in un contesto minimamente paragonabile ai più grandi festival internazionali (che pure in qualche occasione riservano annate un po’ fiacche), ma Ar condicionado è un debutto carico di idee e umorismo raffinato, pur nella sua semplicità di fondo. Di fatto siamo di fronte a una commedia dell’assurdo: nella capitale Angolana di Luanda i condizionatori iniziano a mostrare segni sistemici di malfunzionamento, alcuni cadono dagli edifici, altri si rompono, altri ancora distruggendosi causano delle vittime come in una sorta di rivolta delle macchine molto rétro, e così via facendo sprofondare la città nell’infernale afa estiva. Il film segue per circa un’ora la bizzarra giornata della guardia Matacedo – Jose Kiteculo – e della domestica Zezinha – Filomena Manuel – in una quest grottesca il cui obiettivo è recuperare quello che potrebbe essere l’ultimo condizionatore funzionante da un negozio di riparazioni.

Il regista Fradique – al secolo Mario Bastos – ci porta nelle stradine della periferia sulla sponda atlantica della capitale, una pseudo-metropoli portata in scena con una scelta fotografica ipnotica e per lo più incentrata su una luce al neon rigorosamente monocromatica, protratta sullo schermo nel suo vago ondeggiare dal frequente uso della steadicam che serpeggia attraverso le stradine. La mdp è lenta e sognante, focalizzata sulla messa in scena di una sorta di disavventura kafkiana dietro un velo di fumo costante che dona a tutta l’opera quell’atmosfera crepuscolare che lo rende così accattivamente; insomma, ha questo tono un po’ lo-fi che rilassa inconsciamente lo spettatore.

Non che non sia facile prestare attenzione al susseguirsi delle vicende, sempre chiare e paradossalmente logiche nella loro assurdità. Ben presto, sottili riflessioni sul passato coloniale della nazione, squassato da due guerre – quella di indipendenza con il Portogallo prima e quella civile poi iniziano a farsi strada, rivelando esplicitamente la natura metaforica del film, il cui punto focale riguarda la crisi ecologica di cui l’Angola sta vivendo le fasi iniziali come diretta conseguenza dei quarant’anni di conflitti (1961-2002). Attraverso i dialoghi trai due protagonisti che animano Ar condicionado – verbosi ma piuttosto rari, poiché il comporto sonoro si affida perlopiù alla colonna sonora jazz-ambient della già nota Aline Frazão – con giusto un pizzico di pedanteria viene sottolineato come l’intento di Fradique fosse quello di portare in scena in primo luogo un’allegoria urbana della lotta per le risorse che continuerà a caratterizzare il suo paese.

L’esperienza nel video musicale del nostro si rivela nella gestione dei momenti, preferendo sempre la transizione d’impatto (seppur magari un po’ rozza) al flusso ordinato. L’intero intreccio pullula di svolte e richiami più visivi che concettuali, a volte la tonalità onirica di cui è impregnato il film è spinta fin troppo oltre, facendo però di necessità virtù con i limiti del budget e di alcuni attori non professionisti. L’escamotage telepatico ad esempio è tutto sommato una scelta coerente con il timbro del film ma riaffiora spesso nella sua faciloneria, mentre il personaggio di Mr. Mino – David Caracol, una via di mezzo fra uno scienziato pazzo e un idiot savant – è una delle trovate più ironiche del film, capace comunque di alternare uno spirito più sarcastico a una comicità più diretta e prorompente. In questo senso va interpretata anche la scena finale al ralenti con la soggettiva del condizionatore portato “in salvo” su una barella parodiando le scene madri delle americanate; impossibile che non strappi una risata spontanea. Va rilevato inoltre che lo strano potere “twinpeaksiano” di Matacedo è un probabile riferimento al PTSD che avrà fisiologicamente colpito parte degli ex militari nelle fasi iniziali della transizione democratica.

Ar condicionado dunque non è né più né meno di questo: un film di cui si notano le pochezze anche se ben mascherate da una mise ingegnosa e sofisticata che in ogni caso ben mitiga con un’ironia estremamente calcolata le sue pretese più seriose. Forse non si può ancora parlare di un vero e proprio fulllenght, ma rimaniamo comunque davanti a un mediometraggio che solleva facilmente e giustamente curiosità.