“Figlio di Giano” di Luigi Grispello

Figlio di Giano è un documentario che racconta il passaggio del titolo di Mister Ok da Maurizio Palmulli a Marco Fois, intrecciando la tradizione del tuffo di Capodanno con la mitologia di Giano. Luigi Grispello firma un ritratto di Roma e della sua anima popolare fra tradizione, coraggio e desiderio di lasciare un segno. Un racconto intimo che trasforma un gesto simbolico in una riflessione sul tempo e sull’identità.

Il giovane regista Luigi Grispello firma un’opera d’amore per la città di Roma, un documentario che porta sul grande schermo una tradizione popolare che ha ormai ottant’anni: il tuffo di Capodanno nelle acque del Tevere in segno di buon auspicio.

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025 e riproposto dall’Edera Film Festival di Treviso, Figlio di Giano racconta il passaggio del testimone, dopo 35 anni di tuffi, da Maurizio Palmulli a Marco Fois, che dal 1° gennaio 2025 è ufficialmente il nuovo Mister Ok dei tuffi di Capodanno. L’origine del titolo e della tradizione si deve all’italo-belga Rick De Sonay nel 1946, il quale, dopo essersi tuffato nel Tevere da ponte Cavour per festeggiare il suo compleanno, riemerse facendo “ok” con la mano, per rassicurare gli astanti: gesto da cui nacque il nome di Mister Ok.

Grispello ci porta dietro le quinte di questo passaggio di testimone, a conoscere da vicino chi è Marco Fois e quali sono le emozioni che lo accompagnano nell’anno che precede il suo primo tuffo ufficiale.

La scelta felice è quella di attribuire la voce narrante (un indovinato Giorgio Tirabassi) al celebre dio della mitologia romana, Giano Bifronte, il dio, per l’appunto, degli inizi e dei passaggi, con lo sguardo contemporaneamente rivolto al passato e al futuro. Il nostro Marco Fois è un uomo laconico e timido, pertanto sarà proprio il dio Giano a regalarci alcune perle di saggezza nel corso dell’opera: “Voi umani vivete in bilico tra la paura della morte e il sogno di volare”.

Il sogno di volare scorre nelle vene di Fois da tutta la vita, che di notte fa il paninaro e di giorno si allena instancabilmente con i tuffi. Mentre Marco Fois, nel crepuscolo, guida il suo camioncino dei panini attraverso la città – “groviglio di vite e fili urbani” – noi veniamo cullati dalle canzoni popolari e da musiche che ricordano i film romani degli anni ‘50 e ‘60. 

Tra salsicce e peperoni che sfrigolano sulla piastra, danzatori del fuoco e bizzarri menestrelli attempati, scivoliamo attraverso il sottobosco della notte romana. Al centro dell’opera di Grispello c’è sicuramente il Tevere, ma anche la ricerca di un’identità popolare, tesa tra passato e futuro, come Giano Bifronte: Roma è sia le sue statue e i suoi palazzi antichi, ma anche la storia semplice di Fois, un uomo tenace e fedele ai suoi sogni, che si tuffa ogni giorno, che sa volare con il deltaplano, che ha paura di non essere all’altezza di un “mito” popolare.

Dopo un anno di allenamenti e timori, finalmente arriva il 1° gennaio 2025 e noi sentiamo solo il batticuore di Fois; tutto intorno a lui è ovattato: è giunto infine il suo agognato quanto temuto momento di gloria, perché, come osserva Giano, noi mortali cerchiamo sempre disperatamente di dare un senso e una sorta di epicità alla nostra vita.

Grispello alla fine ci strappa un’emozione sincera, portandoci a vivere con Fois quel momento straordinario, mentre Giano abbandona il suo fare canzonatorio per ammirare il modo in cui l’uomo sfida la paura della morte diventando immortale, diventando figlio del Tevere, figlio di Giano.

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