FREESPACE – 16. Mostra Internazionale di Architettura

Interpretazione di un Manifesto. Padiglione Centrale, Giardini

FREESPACE conquista il Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale. L’esposizione, curata da Shelley McNamara e Yvonne Farrell, si sviluppa lungo 21 sale alternando spazi essenziali a stanze caotiche. A inizio percorso la sala delle brillanti vele di Galileo Chini acquista leggerezza grazie all’intervento del giovane gruppo Assemble che, posizionando delle colorate piastrelle di argilla sul pavimento, ne stravolge la percezione. L’ampia sala successiva insegna, invece, come il caos non sia un fattore generato dall’accumulo, infatti se l’insieme di rivisitazioni contemporanee di alcuni edifici architettonici storici risulta esteticamente poco appetibile, il sostanzioso gruppo di modelli di Peter Zumthor (posizionato al livello sopraelevato) coniuga idee originali a raffinatezza materiale. Le curatrici hanno proposto un tema che ha saputo coinvolgere molti professionisti, ciascuno ha individuato all’interno del manifesto un punto da sviluppare nella propria ricerca, la successione di queste visioni crea la mostra che non sarà omogenea, ma pone diversi interrogativi su cui riflettere.

Anche quest’anno si torna a parlare di architettura e collettività, interpretando il FREESPACE come un luogo di raccolta e condivisione, ad esempio nell’inconfondibile allestimento di RMA Architects che studia lo sviluppo urbano della società indiana, oppure nel recupero di spazi cittadini prossimi alla demolizione, interventi esposti sia nei progetti di Lacaton & Vassall sia nella rinascita di spazi di ricovero dei belgi De Vylder Vinck Taillieu. In alcuni casi FREESPACE coincide con Public Space: BIG per l’occasione espone il vasto progetto per la salvaguardia di Lower Manhattan dalle inondazioni.

Non mancano i riferimenti al passato, Robert McCarter analizza i progetti di Carlo Scarpa, Louis Kahn e Le Corbusier per Venezia mentre Cino Zucchi omaggia Luigi Caccia Dominioni realizzando una “cappella” che contiene prospetti di abitazioni milanesi del collega scomparso solo qualche anno fa. Sorprendono poi alcune risposte al manifesto, come l’idea del collettivo Elizabeth Hatz Architects che trasforma la propria mente in spazio libero da riempire a proprio piacimento, la loro immaginazione si esprime attraverso molti e diversi disegni. Immagini che si situano al confine tra arti visive e architettura, come lo studio delle facciate dei palazzi di Caruso St John o gli scorci creati nella rappresentazione dell’archivio di Sigurd Lewerentz.

Dato che FREESPACE “incoraggia la rivisitazione dei modi di pensare e stimola nuovi modi di vedere il mondo”, la visita può concludersi nella rilassante sala di Room 11 architects dove nella penombra realizzerete che FREESPACE altro non è che architettura.