Dopo una pausa dalla regia durata otto anni, Lee Chang-dong torna dietro la macchina da presa con Ganeung han sarang (Possible Love), un dramma umano dal lento ma inesorabile innesco che nelle sue quasi tre ore racchiude un lucidissimo ragionamento sulle nuove divisioni – di classe, sesso, età – che minacciano i legami fino a oggi ritenuti più indissolubili – tra marito e moglie, tra datore di lavoro e dipendente, tra Stato e cittadino –, nonché sulla possibilità del cinema di raccontarle. In Concorso.
È un periodo difficile per i Choi: Ho-seok (Sul Kyung-gu), saldatore, è da tempo disoccupato in seguito al “ridimensionamento” avvenuto presso una delle più grandi aziende metallurgiche del Paese che, insieme a lui, ha lasciato a casa centinaia di lavoratori nonostante le proteste. Mi-ok (Jeon Do-yeon), operaia a tempo pieno in una fabbrica di mascherine, vorrebbe che il marito si lasciasse alle spalle il passato, ma il funerale di un collega glielo impedisce: qui fanno la conoscenza di Ye-ji (Cho Yeo-jeong), una regista indipendente che sta girando un documentario proprio sugli ex operai dell’azienda, e di suo marito Sang-woo (Zo In-sung), facoltoso ereditiero. Inizialmente indifferente, il rapporto via via più amicale tra Ye-ji e Mi-ok convince Ho-seok a partecipare al progetto: le due famiglie iniziano così a frequentarsi anche al di fuori dell’ambito professionale, rendendo chiaro a entrambe come i mondi cui appartengono siano di fatto incompatibili.

Frutto di una lunga gestazione, Ganeung han sarang trae spunto da un fatto di cronaca, ovvero la violenta repressione degli scioperi da parte di “una grande compagnia del Paese, ormai più di dieci anni fa”, a detta dello stesso Lee. Nonostante la cautela giustamente mantenuta dal regista, leggendo tra le righe – a giudicare dal nome dell’azienda fittizia per cui lavorava Ho-seok, nonché dalle sequenze dell’occupazione della fabbrica – si può dedurre il riferimento alla SsangYong Motor, i cui siti di produzione furono occupati dai sindacati nel 2009 per più di due mesi e quindi sgomberati dalla polizia con un dispiegamento di forze mai visto nella storia della Corea democratica, con tanto di gas lacrimogeni ed elicotteri – giudicato in ultima istanza spropositato dalla Corte suprema nel 2022.
Un riferimento che, nella sua specificità, potrebbe lasciar supporre un risveglio sociale di Lee, improvvisamente riscopertosi paladino della classe operaia, se non fosse che è il regista stesso a fugare ogni dubbio in merito per mezzo del personaggio di Ye-ji, sua vera e propria “persona” nel senso etimologico del termine. Mossa da una genuina volontà di raccontare la quotidianità di Ho-seok e famiglia in quanto soggetto particolarmente adatto al mezzo e alla modalità produttiva da lei prescelti – nonostante i mezzi economici a disposizione della sua stessa famiglia e di quella del marito, vuole affermarsi come regista indipendente, affidandosi ai bandi di finanziamento pubblici –, si sente in dovere di reinventare le proprie origini in chiave più umile davanti agli altri e di voler bene agli operai – da cui il titolo, in riferimento a un “amore possibile” dall’alto, come sostenuto da Ye-ji durante il viaggio in auto verso la casa di villeggiatura – per nobilitare il proprio operato.
Così facendo, Lee smaschera in partenza l’ipocrisia insita in ogni sguardo – documentario o meno che sia – che si ripropone di schierarsi al fianco di oppressi la cui realtà, a causa dei “mondi a parte” creati dalla divisione del lavoro nel capitalismo avanzato, non si è mai esperita in prima persona, con il rischio di perdere di vista il proprio obiettivo autoriale.
Ed è esattamene questo che succede al personaggio interpretato da Cho Yeo-jeong, come segnalato dal peculiare uso della macchina da presa in Ganeung han sarang: inizialmente, i movimenti di macchina a mano, i vistosi zoom in e i dettagli in soggettiva rimandano sempre alle apparecchiature di Ye-ji e collaboratori – nello stacco successivo filmati dall’istanza principale, ovvero l’occhio della cinepresa “invisibile” di Lee –, ma man mano che il film procede le due dimensioni si confondono, sicché, quando gli stessi espedienti registici si ripetono, non si riesce più a determinarne con certezza il punto di vista. Lungi dall’essere un mero espediente tecnico, l’ambiguità della relazione tra profilmico e mezzi di ripresa ha inevitabili ripercussioni sul piano narrativo: la sequenza in cui l’occhio della mdp si avvicina a passo felpato ai monitor di sicurezza della casa di villeggiatura, immortalando il timido tentativo di seduzione di Mi-ok nei confronti di Sang-woo, è opera di Lee Chang-dong o della sua doppelgänger Ye-ji?

Ciò detto, non significa che in Ganeung han sarang l’enfasi sul proletariato sia solamente un pretesto per dare una patina di verosimiglianza alla vicenda. Al contrario, come si evince dalle sequenze dedicate alla viva voce degli altri operai e ai giorni dell’occupazione, Lee imbastisce un discorso critico che abbraccia il lavoro nel suo complesso, senza limitarsi a quello operaio, cercando risposte a una domanda fondamentale: in una società – specie quella coreana – in cui il lavoro qualifica ogni aspetto dell’individuo, che ne è dell’identità di quest’ultimo quando il lavoro viene a mancare?
Là dove Eojjeol suga eopda (No Other Choice) di Park Chan-wook rispondeva alla medesima domanda ricorrendo all’iperbole e a una cinica ironia, instradando il suo protagonista sulla via del crimine, Lee si limita a dare un volto umano alla rassegnazione conseguente alla disoccupazione affidandosi al personaggio di Ho-seok, al quale ben si adatta il profilo attoriale di Sul Kyung-gu, al fianco del Lee Chang-dong degli esordi con Peppermint Candy (1999) e Oasis (2022), ma anche – e soprattutto – uno dei grandi nomi del cinema action coreano, la cui fragilità risulta ancora più convincente alla luce dei ruoli “da duro” per cui è noto al grande pubblico.
Opera encomiabile per la sua compiutezza e per il modo in cui il passato – quello di Mi-ok e Ho-Seok giovani innamorati, riproposto in tre memorabili flashback – è utilizzato per suturare le ferite del presente, Ganeung han sarang è il ritorno in grande stile del maestro che tutti stavano aspettando.










