Si apre con la voce fuori campo di Werner Herzog la ricca sezione “Fuori Concorso” della 82esima Mostra del Cinema, rifugio sicuro per i documentari, cui per ignote ragioni è permesso solo di lambire il lotto più nobile. Del resto i fatti, con buona pace di chi s’è perso la rivoluzione ermeneutica, sono costruzioni logiche e il doc è un genere come un altro che non ha nessun rapporto privilegiato con la verità: vero o falso, al cinema, è sempre finto; un appiattimento alla legge della mdp che nessuno come il maestro bavarese ha reso così manifesto durante la sua lunga carriera – premiata con il Leone d’Oro ad hoc in questa medesima annata.

E Ghost elephants evidenzia l’ambiguità strutturale del suo linguaggio dacché contiene due anime molto diverse fra loro, entrambe affratellate dall’appartenenza al genere ma fin troppo differenti nella struttura narrativa. La ricerca degli elefanti fantasma negli altipiani dell’Angola, al seguito di Steve Boyes e dei tracciatori Boscimani nativi della Namibia che collaborano col personale delle spedizioni scientifiche americane, consta di due strati, un po’ come le velenosissime larve che il popolo San usa per cacciare. Ghost elephants ha un guscio da vero e proprio documentario televisivo naturalistico, piano e accessibile, che ne chiude la parte centrale tra due estremi: in quello iniziale l’aspra loquela di Herzog (che accompagnerà lo spettatore per l’intera durata del film) introduce i suoi collaboratori d’occasione e delinea la ratio dietro ennesima avventura nella natura selvaggia, all’impossibile “caccia” di una mandria di elefanti sperduta in uno spazio vasto e inaccessibile anche per via delle conseguenze a lungo termine del conflitto civile; di contro, in quello finale, le peripezie dell’obbligato ritorno subiscono un brusco troncamento e la spedizione torna immantinente al consesso urbano, dove si tirano le fila della missione, e in particolare viene concesso ampio spazio ai genetisti che esaminano i campioni di DNA raccolti dai nostri nel cuore del film per capire se si rende possibile accertare l’esistenza di una sottospecie.

A rivelarsi più interessante è il succitato segmento centrale, più vicino allo stile herzogiano e raffinato nella composizione, tanto da lasciar perdere il côté fisico (invero piuttosto notevole) dei pachidermi e concentrarsi sui risvolti simbolici della ricerca, orientata soprattutto a un ragionamento sul tema del mistero e dell’utopico, del tendere asintotico verso una conoscenza impossibile, inaccessibile. Perciò risulta ancora più straniante il taglio – nella peggiore accezione possibile – televisivo dei venti minuti introduttivi e conclusivi del film, che castrano la visione autoriale e ne banalizzano l’immersione nella natura che, lungi dalla consueta eco romantica, assume quindi i tratti di un divertissement escursivo. A ulteriore rinforzo di tale spaesamento si aggiungono la presenza in coproduzione di National Geographic e l’ingombrante figura di Steve Boyes, internet personality e sedicente dottore in non è dato sapere cosa, nella cui ossessione è lecito supporre che Herzog abbia intravisto più un’opportunità che un afflato sincero. Lo sciabattare incerto di Elephant Dundee però non turba eccessivamente il nucleo tematico del film che per una buona metà della sua durata lo congloba, imboccando la direzione opposta al naturalismo e sviluppandosi come una sorta di variazione in tono minore del Moby Dick, in cui l’oggetto della ricerca smette di essere, appunto, un oggetto e diventa una cicatrice, un’increspatura sulla superficie del reale, al contempo promessa di salvezza e garanzia di dannazione, stato di necessità che palesa il desiderio in quanto inesauribile mancanza. Come sempre in Herzog quel che conta è l’ignoto, la natura matrigna che lo circonda, quello spazio altro entro i cui confini il nostro regime di senso è chiamato a confrontarsi con i suoi confini, cioè dove la sua forza e legge non vale più; ma anzi, contano i sogni e pure le allucinazioni, là dove davvero il confine tra reale e falsificato diviene permeabile e la mitologia tribale, della quale gli elefanti e la sorgente fluviale sull’Altopiano del Bié sono la materia prima, fonda la comprensione di tutto ciò che ivi può succedere.

Almeno finché c’è abbastanza forza per crederci; poi subentrano le esigenze pratiche (la mappatura genetica). Così alla fine tale ricerca è destinata all’autodistruzione, allo sprofondamento nell’inautentico nel momento in cui trova un punto di fuga; gli elefanti ci sono, non sono un mistero né un enigma che si perde nell’inesplorato e la parte difficile allora diventa continuare a girare intorno a questo disvelamento per assecondarne la necessità di viverlo che vi sta oltre, in chi ricerca e non nella ricerca (a tal proposito si veda il bizzarro salto della fede che Boyes compie alla corte di un re Bantu che definire pittoresco si rivelerebbe eufemistico). Non mancano, tuttavia, seppur a mero titolo di contorno, le note intuizioni di Herzog nel racconto dell’ambiente, ad esempio l’utilizzo delle fototrappole o le camere da caccia per mappare il contesto, rivelandone le conturbazioni al passaggio della versione motorizzata del Pequod e alcune visioni notturne magiche, per quanto magari gratuite.

Ghost elephants non è il documentario più riuscito di Herzog, anzi, ma cattura ugualmente una sfaccettatura preziosa del suo discorso sulla crudele indifferenza del cosmo fisico rispetto all’uomo, nel caso presente toccando con mano l’essenza effimera di alcuni misteri e parimenti di alcune ricerche, nell’intimo delle quali non si può non scorgere allora una certa ipocrisia. Un pessimismo non certo nuovo nello storico dell’autore, reso esplicitamente dal letterale cimitero degli elefanti che l’Angola è diventata, a causa prima dei safari, poi delle spedizioni scientifiche non troppo eco-friendly del passato, e infine della crudeltà gratuita nei confronti della vita animale durante la guerra. Oltre agli elefanti fantasma, Herzog intravede nel Lisima Iya Mwono, il punto di partenza dell’intera specie umana, anche i fantasmi degli elefanti, antesignani in qualche modo dell’annichilimento destinale che incombe sull’uomo, di cui peraltro il cambiamento climatico – mai nominato – è forse soltanto una forma accidentale.