GLBT 2013: “Any day now (Da un giorno all’altro)” di Travis Fine

Film d’Apertura

“Non insegnate ai bambini la vostra morale” cantava Giorgio Gaber. La nostra morale, infatti, è capace persino di ucciderli.

Siamo a Los Angeles, alla fine degli anni Settanta, in uno di quei malfamati condomini fitti e anonimi come alveari. Rudy Donatello (Cumming), artista talentuoso e squattrinato, drag queen per campare, omosessuale generoso e coraggioso, trova il quattordicenne Marco, figlio della chiassosa vicina, da solo in casa: la madre non tornerà perché è in carcere. Marco è un ragazzo down, oltraggiato dai clienti che la madre, prostituta cocainomane, si porta a casa, deriso e rifiutato da tutti e mai curato come sarebbe richiesto dalla sua situazione. Suo unico gioco e fedele compagna una bambola bionda, sempre tra le sue braccia. Rudy non vuole che il ragazzo sia messo in un istituto, dove lo attenderebbe una vita persino peggiore di quella che ha avuto finora. Da un giorno all’altro Rudy decide di adottare Marco.

Chiede consiglio a Paul, avvocato con l’importante posizione di viceprocuratore distrettuale, conosciuto due giorni prima nel locale gay dove Rudy fa il suo show. Paul tentenna: sa che è una battaglia persa e soprattutto non vuole rendere nota né la sua omosessualità, della quale non è ancora nemmeno ben consapevole, visto che è stato sposato e da poco divorziato, e tanto meno il suo recente legame con Rudy, che presenta “in società” – e poi in tribunale – come suo cugino. Tuttavia alla fine si fa convincere e, grazie al fatto che la madre dal carcere firma per acconsentire che fino al suo rilascio Rudy ne abbia la custodia, Marco può andare a vivere con Rudy che si trasferisce nella bella e spaziosa casa di Paul, dove i due uomini offrono al ragazzo non solo un ambiente logisticamente idoneo, ma anche affetto e cure che permettono finalmente al ragazzo di progredire dal punto di vista cognitivo e psicologico.

Ma il mondo è pieno di Catoni supponenti che si ritengono paladini e custodi incontestabili della virtù e che contraffanno la morale con il pregiudizio. Tra questi il più ostile è il procuratore distrettuale e già capo di Paul, che non perdona all’ex collaboratore di aver mentito sulla natura della sua relazione con Rudy, relazione nel frattempo emersa e che è costata al giovane avvocato la perdita del tanto sudato posto di lavoro. Il procuratore è talmente accanito contro i due che riuscirà persino a far uscire anticipatamente di galera la sciagurata madre di Marco. Rudy e Paul sono costretti ad avviare una lunga e dolorosa battaglia legale per l’adozione del ragazzo, dove le testimonianze a favore del loro affetto per Marco sono unanimi e persino l’arcigna ispettrice dei Servizi Sociali, che inizialmente era ostile ai due “papà”, si ricrede e afferma con commossa ammirazione la loro dedizione e il positivo influsso che costoro hanno avuto sulla vita del giovane.

A questo punto il mio nipotino Pietro, un bambino di otto anni, mi insegna la sua morale: “Devono affidare il ragazzo a chi dimostra di volergli bene davvero.” E invece no, i giudici del tribunale della California non riterranno Rudy e Paul idonei ad essere genitori perché omosessuali e decideranno per Marco una sorte diversa, dolorosa e tragica.
La vicenda è tratta da una storia vera, ma anche se non lo fosse, è drammaticamente verosimile. Oggi ormai in California anche le adozioni gay sono consentite e così pure in molti altri Stati, tra i quali non c’è l’Italia. Il dibattito sul tema è aperto e acceso, ma il giudizio continua ad essere incentrato, come nel film, sul tipo di intimità della coppia adottante anziché sull’amore verso l’adottando.

Any day now, uscito nel Natale del 2012 nelle sale degli Stati Uniti, “È stato talmente apprezzato – dice il regista – che continua ad essere proiettato dopo oltre quattro mesi”.
In Italia è stato presentato fuori concorso come film di apertura alla 28° edizione del festival a tematiche omosessuali di Torino. Ma non é soltanto un film a tema omosessuale. È un film di impegno politico e sociale, che riflette esigenze e aspirazioni di un mondo che va irreversibilmente verso la autocoscienza degli individui e l’accettazione delle diversità, anche dell’handicap.

La regia del quarantacinquenne statunitense Travis Fine è impeccabile, essenziale, precisa, densissima; con una ricostruzione precisa ed emozionante dell’ambiente e dei costumi di trenta anni fa. Le musiche sono bellissime e alcune stupendamente interpretate dal protagonista, il quarantottenne pluripremiato attore, cantante e regista  scozzese Alan Cumming, con la sua faccia non bella ma espressiva e intensa, che qui offre certamente una interpretazione meravigliosa, vera e commovente: “In molti casi – racconta Fine – non ho avuto bisogno di dirigerlo, era lui a dirigere se stesso e ha fatto meglio di quanto io potessi immaginare”.

sceneggiatura
Travis Fine, George Arthur Bloom
montaggio
Tom Cross
fotografia
Rachel Morrison
musica
Joey Newman
interpreti
Alan Cumming, Garret Dillahunt, Isaac Leyva, Frances Fisher, Gregg Henry, Jamie Anne Allman, Chris Mulkey
produttore
Kristine Fine, Travis Fine, Liam Finn, Chip Hourihan
produzione
PFM Pictures
distribuzione
Music Box Films

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