“Gli addii” di Juan Carlos Onetti

Una piccola realtà montana, animata unicamente dal pettegolezzo morboso e dalla presenza d’un sanatorio, si ritrova a dover fare i conti con l’arrivo d’una ex stella della pallacanestro, la cui esistenza – o ciò che ne resti – sembra inevitabilmente sospesa all’interno d’una dimensione limbica del tutto scevra di significato.

A preservarne una parvenza d’intenzione, soltanto la duplicità di quest’uomo nel portare avanti due relazioni distinte, che finiranno inevitabilmente per urtare l’una con l’altra, nella rassegnazione tipica dell’ineluttabilità degli eventi.

La “voce narrante” – un commerciante del posto – e gli habitué del suo negozio, si divertono a frugare nelle realtà degli ignari avventori e a vaticinarne l’eventuale epilogo, in un crocevia di segreti mormorati e alienazione, in cui il limite tra l’illazione millantata e la pietosa empatia viene scandito unicamente da piccoli dettagli: lettere misteriose dalle diverse grafie, interminabili attese alla fermata dell’autobus, labili voci di corridoio, “mani affilate e movimenti senza fiducia”.

Pare che Onetti trascorse gli ultimi anni della sua vita confinato nella sua stanza, con l’immancabile whisky accanto; non si sottrasse, malgrado ciò, ai piaceri della carne dell’amante di turno, essendosi inoltre concesso quattro matrimoni (i primi con due sorelle, sue cugine). Aveva fatto il cameriere, il custode, il bigliettaio per eventi sportivi e poi aveva preso a vendere Picasso falsi.

Tuttavia fu l’esperienza di prigionia, comminata dalla Giunta militare uruguaiana con l’accusa d’aver promosso la pornografia in veste di giurato d’un concorso letterario indetto dal settimanale Marcha, che pare abbia contribuito a delineare i caratteri principali del suo universo narrativo (ed emotivo): atmosfere rarefatte e allo stesso tempo drammatiche costruzioni letterarie, oltre ad un pessimismo che raggiunge, in alcuni suoi scritti, un’angoscia profonda.

In questo romanzo breve Onetti restituisce un registro, quasi didascalico, di gesti lenti e desolati, che non esigono reciprocità: nessuna confessione, nessuna consolazione, nessuna speranza, bensì un grottesco susseguirsi di languidi silenzi e sguardi appena accennati, in quel paradigma esiziale che può scaturire soltanto dalla malattia insanabile e dal disincanto.

Juan Carlos Onetti, Gli addii, littleSUR 2015, pp. 131, € 8