Un piccolo, ironico e amaro gioiello dalla Macedonia: terra arretrata, “eterna” come le sue tradizioni millenarie difese con ottusa – quando non brutale – ostinazione da Chiesa, istituzioni e da una parte della società. Una parte contro la quale si trova, senza nemmeno volerlo, la 32enne Petrunia.

Nella prima scena la vediamo, impacciata e dimessa, camminare su una piscina. Segno premonitore. Ma… non c’è l’acqua! Alla fine cammina tra la neve. È laureata in storia e disoccupata, tutt’al più può sperare di fare la segretaria, con qualche prestazione sessuale di contorno. Ma è troppo grassa e non è nemmeno bella: nessuno “se la farebbe”.

Sfiduciata e avvilita persino da quella meschina conformista di sua madre, che al colloquio per l’impiego le suggerisce di dire che ha solo 24 anni, si imbatte nella processione dell’Epifania della sua cittadina, Štip. Lì il pope sta gettando nelle gelide acque del fiume Vardar la croce che per tradizione dovrà essere ripescata da un uomo, come portafortuna per tutto l’anno. Mischiata tra la folla, Petrunia istintivamente si getta nell’acqua e afferra la croce. Il suo gesto è ripeso dalla tv e passa su Youtube, con una valanga di like. Ma il medioevo la incalza: mai una donna prima d’ora aveva osato tanto.

Da qui parte una girandola tragicomica di situazioni, seguite passo a passo da Slavica, una coraggiosa e intraprendente giornalista della televisione, che ha subito afferrato l’elemento dirompente della notizia. Gli spettatori e i concittadini sono divisi tra chi sostiene e chi insulta Petrunia, che rischia anche il linciaggio (bella metafora l’immagine nella quale lei appare come Cristo lungo il calvario) e però, come una moderna Giovanna d’Arco, tiene testa con coraggio sia ai poliziotti sia al pope, smarriti e confusi. Certo, ha infranto una legge millenaria, ma, si chiede uno spettatore intervistato, “E se Dio fosse stato una donna?”.

Molto intensa l’interpretazione di Petrunya (Zorica Nusheva) e efficace quella della giornalista Slavica, impersonata da Labina Mitevska, sorella della regista. Teona Strugar Mitevska, quarantacinquenne di Skopje partecipa con questa pellicola al concorso per l’Orso d’oro di Berlino 2019. Dopo il successo ottenuto nel 2008 con il lungometraggio Jas sum od Titov Veles (Io vengo da Tito Veles), si cimenta di nuovo e con determinazione con il tema dell’emancipazione femminile e anche se il titolo si ispira chiaramente a Dio esiste e vive a Bruxelles, (in lingua originale “Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija”), la trama vira poi altrove ma con non minor intensità, anche grazie a belle immagini e a una buona colonna sonora.