Film cinese presentato nella sezione Biennale Cinema College Gu shi è una pellicola dai lunghi silenzi e dalle inquadrature importanti. 

La trama

Una famiglia, composta dai genitori e dai due figli, arriva in una misteriosa casa tra l’oceano e la foresta dove, forse, erano già stati. All’apparenza, cercano di fuggire da segreti innominabili, di certo portano con sé una crisi impossibile da superare che si perde in un limbo che potrebbe durare all’infinito.

Quando un incidente domestico trattiene il figlio piccolo a letto e la figlia maggiore non riesce a riprendersi dalle notti tormentate dagli incubi che la prostrano, di fronte a genitori che non rispondono alle loro domande, i ragazzi cercano risposte altrove. Risposte che probabilmente sono legate a una giovane donna che abita da sola nella foresta.

Il film

Gu shi è più di un dramma familiare, è una metafora dei rapporti umani nel nostro presente e la rappresentazione di come la memoria influisca su di essi: il passato cancellato trasforma il presente in un tempo sospeso e lo  immobilizza in una palude di irrisolto, sembra suggerire il film. Ma la riflessione si spinge anche oltre: se passato e presente sono tali, che ne sarà del futuro?

Vediamo scene in cui tutti deformano o manipolano un trascorso con cui non hanno fatto la pace: persino il ragazzino con la sua amnesia non è padrone del suo ieri. La storia, nella reiterazione di una vecchia leggenda che man mano viene ripetuta si arricchisce di particolari, aggiunge i tasselli mancanti al passato della famiglia. A unire il tutto la poetica rappresentazione della fragilità della memoria e del timore di dimenticare, proprio al momento attuale, quando l’amnesia collettiva sembra sempre più diffusa.

La regista

Nel suo debutto nel lungometraggio ambientato in un mondo che potrebbe essere post-apocalittico, Amie Song, regista cinese cresciuta negli Stati Uniti, invita a lasciarsi andare al potere della narrazione che si ripete incessante e rinnova ogni volta la sua magia. Narrazione che parla di mare e foresta, luoghi simbolo archetipico che chiudono il triangolo con la casa e che si fanno depositari di segreti e traumi, in cui l’oblio appare come una scelta inevitabile.

A ispirare questo progetto pare essere stato il lockdown del 2020, con gli effetti che l’isolamento ha prodotto sull’umanità, e la graduale cancellazione di un passato ingombrante, in attesa di un futuro che promette e non mantiene.