Quando Halloween di John Carpenter debuttò al cinema nel 1978, l’Iran si chiamava ancora Persia, l’URSS esisteva ancora, la prima puntata di Quark non era ancora andata in onda e il marchio Apple praticamente non esisteva. La domanda “cos’è cambiato?” forse sarebbe stata più opportuna tre anni fa, quando il progetto di una trilogia un po’ sequel un po’ reboot del primo storico film era stata affidata alle mani da mestierante navigato di David Gordon Green, ma noi lo facciamo adesso. Se Halloween del 2018 era in piena continuità con lo spirito carpenteriano e fungeva da ponte tra la ripresa dello spirito originale e l’elaborazione di un nuovo punto di vista, Halloween kills possiede una serie di caratteristiche precise e differenti, pur non distanti dalla lore ideologica di John Carpenter, che lo inquadrano come un capitolo a se stante rispetto all’infinita saga (13 lungometraggi in totale con Halloween ends nel 2022). Il problema è che stavamo bene anche prima di tutto questo.

Al di là delle discussioni sulle tematiche portate di volta a reggere la pretestuosa giustificazione di un’ennesima pellicola sulla notte delle streghe per richiamare in vita un franchise storico – dopotutto il cinema vive una fase di serializzazione selvaggia -, la scelta di appuntare la regia a DGG era una mossa produttiva dai fini più che chiari: lasciare in parte perdere la vena gore che tanto non tira più, svecchiare la saga, riscrivere i vecchi personaggi (troppo poco vendibili alla generazione Z). E uno dei principali difetti del film del 2018 era la palese inesperienza come regista di genere di Green; il risultato infatti fu un’opera sciapa difficilmente identificabile in un senso preciso. Il difetto principale di Halloween kills è che il fatto di non potersi allontanare troppo dal tracciato carpenteriano con il lavoro precedente aveva nascosto una marea di incertezze e incoerenze che emergono prepotenti con questo secondo capitolo.

Siamo sempre lì comunque, riprendiamo esattamente dalla fine del film precedente: Strode/Curtis viene portata in ospedale mentre Myers è ancora vivo perché la trappola infuocata modello mythbusters non ha funzionato. E così ricomincia la furia omicida dell’energumeno mascherato, questa volta alle prese non con la famiglia, ma con l’intera città di Haddonfield, coalizzatasi in una milizia disordinata canettianamente sobillata da Anthony Michael Hall, primo trai tanti personaggi marginali nel film del 1978 a essere ripescato come manco nelle telenovelas per provare invano a dare un senso di continuità a un progetto pluriennale della Miramax che frame dopo frame si rivela sempre più inconsistente e sfilacciato.

L’unica variazione sul tema di un canovaccio oramai più morto di Pulcinella è l’introduzione del tema della psicosi collettiva nell’infinita lotta tra il bene e il male che anima la saga. Già Rob Zombie aveva provato un’ambiziosa rilettura in chiave “sociologica” delle origini del boogeyman, infilandoci dentro, come suo solito, il solito pacchetto di riflessioni sulla spaccatura americana tra aree costiere che si credono europee, midwest in crisi sistemica e profondo sud dixie alle prese con una nuova ondata di risentimento e crollo della pedagogia; e Green ne riprende alcune idee, concentrandosi – specie nella prima parte, quella più o meno commestibile – sull’aspetto di Myers come il riflesso di una comunità marcia nell’animo come quelle tipiche di Sergio Corbucci. O almeno viene fatto un tentativo in questa direzione. Diciamo che DGG nel primo film spreca la buona idea dello scambio provocatorio tra vittima e carnefice e nel secondo butta via il riflesso (più volte evocato come concetto) tra la violenza del criminale e quella di una collettività che al grido di “evil dies tonight” rivendica per sé il monopolio legittimo della forza, misconoscendo le istituzioni (fallimentari e forse responsabili) e l’aspetto razionale del vivere comune. Nazisti dell’Illinois? Il Myers come riflesso del male più puro acquisirebbe quindi lo stigma del mostro di Düsseldorf langiano, almeno per un po’, fino a quando il nostro non sa più che fare con questa rilettura e semplicemente la lascia da parte, risolvendo tutto con uno spiegone al ralenti dai toni talmente omelistici che andrebbe bene forse per il moralismo Disney.

E questo fino ai momenti salienti di ogni slasher che si possa chiamare rispettabile: er sangue, come direbbe Mario Brega. Nella seconda parte di film assistiamo a un massacro distratto dietro l’altro, senza la presenza di personaggi con cui è stata creata empatia, senza gusto estetico, senza invettiva, con tempi e risoluzioni prevedibili, al di là di ogni logica consequenziale diretta, in cui protagonista è un montaggio misurato con il metronomo che sembra voler cullare lo spettatore verso un docile sonno fino ai titoli di coda. Se c’è una cosa che infastidisce di Halloween kills infatti, è il totale disinteresse per la giusta gestione del ritmo e dei tempi scenici: un film che più che noioso (che non vuol dire niente, non ha a che fare con il film in sé, ma con banale percezione) è annoiato; trascina se stesso verso la fine con noncuranza.

Seriamente, a parte a Carpenter che si diverte a sperimentare con la colonna sonora e a gonfiarsi le tasche con una costante e impudente presenza in produzione, a che serve Halloween kills?