Non raccontiamoci storie per cortesia, evitiamo le ipocrisie e diciamoci la verità: tutti quanti quando saputo di un film iraniano nella sezione Orizzonti abbiamo sperato fosse Vahid Jalilvand, regista entrato nel cuore di tutti gli aficionados del festival italiano, capace di farsi amare con la sua messa in scena lenta e misurata nonostante la pesantezza dei suoi primi lavori.

Invece il regista che si appresta a venire preso di mira da Abbas Salehi (sempre che quest’ultimo non sia troppo impegnato ad abolire il concetto di vino) risponde al nome di Mostafa Sayari, giovanissimo esordiente che si imbarca subito in una narrazione drammatica di stampo classico, inserita nel filone del dramma post-lutto. Non è un vero e proprio dramma quello di Hamchenan ke mimordam, sono solo i protagonisti a viverlo come tale, mentre Sayari si adagia spesso e volentieri sul genere dramacomedy, non sempre di propria sponte. Questa famigliola formata dai tre fratelli e da una sorella che però deve fare la mamma si trova costretta ad onorare l’ultimo desiderio del padre, cioè seppellirne il cadavere in un bizzarro luogo in collina. Il viaggio, come si sarà già intuito, a bordo della devastata utilitaria di uno dei fratelli, sarà l’espediente che permetterà ai vecchi rancori di uscire fuori, specialmente tra il maggiore e il minore dei fratelli.

Tensione tangibile, la sensazione che prima o poi esploderà un qualcosa, una cadavere in decomposizione. Così inizia Hamchenan ke mimordam, una delle classiche rielaborazioni di canovacci sempreverdi che ottengono visibilità quando provengono da regioni come quella iraniana, o est-europea. In questi casi le produzioni occidentali e americane che possono appartenere alla categoria vengo spesso – giustamente – bistrattate lasciando così spazio alle reinterpretazioni dell’altro lato del mondo, che talvolta hanno da offrire qualcosa proprio perché esotiche. Un diverso tipi di pensiero applicato a una forma così tipica può rivelare piacevoli sorprese, e ottimi esempi possono essere Wajib o Charleston.

E il film ha tutte le carte in regola per fare parte di questo club, anzi, ne sarebbe un perfetto prototipo, senza lode e senza infamia, se avesse un minimo di autonomia in più. Non vale nemmeno troppo la pena soffermarsi sul film in sé perché non rappresenta nulla di nuovo ma la contempo procede nel suo modestissimo minutaggio di un’ora abbondante con ordine e disciplina, facendo ciò che si aspetterebbe da un’opera del genere, né più, né meno. Il discorso che andrebbe approfondito brevemente è questa sensazione di film rigorosamente “del pubblico, dal pubblico, e per il pubblico” che emerge fin dai minuti iniziali. Nella fattispecie c’è poca spinta, come a non voler forzare minimante uno spettatore più stanco, viceversa invece non mancano mai le battute classiche la cui assenza potrebbe far storcere il naso a uno più pignolo; ci si riposa sul tragicomico per non farsi prendere troppo sul serio ma si lavora sull’atmosfera classica al fine di non uscire mai dai binari.

Una messa in scena di questo tipo è più che altro l’adattamento al blockbuster-per-palati-fini, più che carica filmica esprime a ogni inquadratura il desiderio di piacere, di farsi apprezzare, cioè di ottenere a tutti i costi una valutazione positiva, fattore che fa sembrare Hamchenan ke mimordam più la fotocopia sbiadita di un film che un film degno di tale nome. Il punto negativo, il cancro del blobbaste ammerigano non è quello di fare cassa facendosi piacere alle “masse”, ma di industrializzare un ambito artistico. L’operazione che compie Sayari è dello stesso crisma, anche se il suo obiettivo non è un comprarsi una casa con piscina più grande o make gross nel senso letterale, e non ha attenuanti in quest’ottica. Si tratta di un film che ha tutto a posto, per carità, ma tutto a posto non significa anche che sia tutto in ordine, concetto radicalmente diverso. Hamchenan ke mimordam è una storia basilare cinematograficamente illustrata, non portata in essere in qualità di opera, con nessuna ambizione né qualcosa da dire veramente, focalizzato sull’immedisimazione e sulla falsariga di quel tipo di cinema finto intellettuale che purtroppo negli ultimissimi anni dalla grande produzione sta invadendo anche il contesto delle kermesse festivaliere. Vade retro.