giovedì, Agosto 13, 2026
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“Hardcore!” di Il’ja Najshuller

Cinema, where art thou?

HARDCORE HENRY

Presentato al Toronto Film Festival 2015, Hardcore! è il lungometraggio d’esordio di Il’ja Najshuller, che ha destato particolare interesse data la singolarità di essere stato girato interamente in prima persona, sulla falsariga di due videoclip girati dal regista per la sua band, i Biting Elbows, ovvero The Stampede e Bad Motherfucker. La scelta di utilizzare un’unica ripresa in soggettiva per un’ora e mezza di film ha richiamato l’attenzione degli spettatori più giovani (e non solo) data l’evidente ripresa dell’estetica tipica del mondo videoludico.

Il film si apre con il risveglio di Henry, che la moglie Estelle (Haley Bennett) ha appena riportato alla vita con futuristici innesti robotici. Estelle fa appena in tempo a spiegargli di essere sua moglie (Henry ha infatti perso la memoria) quando i due vengono interrotti dall’irruzione di Akan (Danila Kozlovskij), il misterioso antagonista della pellicola, dotato di poteri telecinetici e interessato alla nuova tecnologia che ha ridato la vita a Henry per creare un’armata di fedeli supersoldati. Henry riesce a sfuggire alla cattura e tenterà in seguito di salvare la moglie dalle grinfie di Akan con l’aiuto del grottesco Jimmy (Sharlto Copley).

Partiamo col dire che Hardcore! ha riscosso un certo successo al botteghino ma una tiepida accoglienza da parte della critica, non tanto in base ai suoi effettivi meriti artistici, ma piuttosto per il carattere rivoluzionario (o presunto tale) individuato nell’ininterrotto uso della soggettiva. Il punto di vista del protagonista infatti è reso dall’utilizzo di una GoPro 3 montata con un supporto facciale in corrispondenza degli occhi del giovane stuntman/cameraman Sergej Valjaev. L’intento di questa scelta radicale sembrerebbe quello di raggiungere la massima immedesimazione da parte dello spettatore con il protagonista, facendo coincidere il punto di vista del pubblico con quello di un personaggio interno al film stesso.

Se a partire dagli anni ’80 il cinema mainstream ha costantemente ricercato una maggiore partecipazione dello spettatore, facilitando l’identificazione di questi nel protagonista con la scelta di personaggi sempre più simili all’uomo (e allo spettatore) comune, Najshuller tenta di radicalizzare questo elemento eliminando i filtri che il mezzo-cinema pone tra il pubblico e l’esperienza cinematografica. Peccato che con questo lavoro di sottrazione delle distanze il regista abbia più o meno inavvertitamente eliminato gran parte di quegli elementi indispensabili a rendere un film tale.

Ad esempio, se la scelta di utilizzare un’unica soggettiva aveva come scopo quello di creare una nuova esperienza cinematografica, quel che ne risulta è piuttosto una gran confusione visuale; l’espediente della soggettiva in prima persona perde in breve tempo il suo fascino a scapito di un’estetica ripetitiva e fastidiosa, ancora accettabile all’interno di un videogioco ma decisamente non pertinente all’ambito del cinema. Appare infatti immediato un confronto con il mondo videoludico, portato sul grande schermo a partire dagli anni ’70 con Tron, fino ai giorni nostri con il suo sequel Tron: Legacy e, in Italia, con il fallimentare Game Therapy. Ma mentre questi ultimi portavano il videogioco, come tema e logica, nel cinema, qui invece è il cinema a rendersi mezzo di espressione per un videogame, sostituendo agli stilemi tipici della settima arte quelli di una seduta salottiera di gamepad e total shooting.