Vent’anni sono stati necessaria al regista Stephen Maxwell Johnson per realizzare questo film. Una finzione, certo, ma estremamente verosimile. L’epopea dei nativi australiani, perseguitati e decimanti dai “bianchi”, è ancora meno nota di quella dei nativi americani, eppure le somiglia molto, non in ultimo per il fatto di sapersi adattare a meraviglia alla narrazione di chi lotta per la sopravvivenza pacifica della propria gente e della propria cultura.

La vicenda si svolge nel corso di una dozzina di anni, immediatamente dopo la prima guerra mondiale. Protagonisti sono i pochi sopravvissuti di una tribù di aborigeni, sterminati (accidentalmente, invero) da un pugno di “rangers”, sudditi dell’impero britannico e migrati nella lontana Australia.  Il Kakadu con la sua piscina naturale con vista, Ayers Rock e le sue “terre alte” che danno il titolo al film: l’Australia, invero, con il suo territorio sconfinato e spettacolare, è  la vera protagonista della vicenda, che talvolta sembra troppo moderna per i fatti di quasi cento anni or sono, ma come promozione turistica è davvero emozionante.

Gli ingredienti per un poema ci sono tutti: l’invasione dei nemici, il rapimento (anche se qui si tratta non di una donna bensì di un bambino), la vendetta covata per dodici lunghi anni, la battaglia giocata sul filo dell’astuzia. Il tutto condito da un coro di aborigeni addomesticati, un paio di missionari devoti e spauriti, un po’ di “pulp” color rosso sangue e infine lui, l’eroe bianco che si immola e con il suo sacrificio mette fine alla lunga serie di vendette e da il via a un pacifico e proficuo melting pot culturale, dove le conoscenze degli uni si mescolano e si fondono con quelle degli altri.

Detto così parrebbe ironico, se non fosse che è quanto più o meno, per ciò che ci è dato di sapere, è accaduto veramente in Australia ed è continuato a succedere fino a non molti decenni fa. A farne le spese sempre i primi arrivati, che diventano gli ultimi. Esemplare è la battuta del capo aborigeno al colonnello che pretende di portare la legge in questa terra: “Nella nostra terra” – controbatte il primo – “noi c’eravamo prima che arrivaste voi… una legge ce l’abbiamo già. E’ scritta nella terra, nel vento, negli alberi…”.

Una legge di natura, insomma, che se noi tutti avessimo rispettato di più già da qualche decennio (come diceva fin dal 1996 il magnifico e imperdibile Il pianeta verde di Coline Serreau) forse oggi saremmo persone migliori in un pianeta migliore.

Il film è stato presentato fuori concorso al 70° festival del cinema di Berlino, nel febbraio 2020.