Affermatosi in patria come regista in grado di accattivarsi pubblico e critica alternando film di ampio richiamo a progetti più personali, Nawapol Thamrongrattanarit torna in uno dei festival che per primi ne aveva subodorato il talento con Human Resource, dramma umano dal sottotesto anticapitalista che fornisce una lettura interessante del fenomeno della bassa natalità – e di un certo pensiero antinatalista diffusosi nella generazione dei working adults. Discorso che però obbedisce a un’estetica quantomai lontana dal suo stile, al punto da sollevare il sospetto di un’autorialità artata, tagliata su misura per la kermesse veneziana. In Orizzonti.
Incinta di quattro settimane, Fren – Prapamonton Eiamchan – preferisce tenere il marito – Paopetch Charoensook – all’oscuro della notizia, indecisa se effettivamente portare a terminare la gravidanza. Nel frattempo, la nuova risorsa che lei stessa aveva assunto in azienda sembra scomparsa, e il suo reparto si trova nuovamente sotto pressione per trovare una sostituta. Se non fosse per il notiziario, Fren difficilmente si accorgerebbe del mondo circostante, sennonché un incidente apparentemente insignificante la costringe ad affrontare la realtà.

Rivelazione di Venezia70 con Mary is happy, Mary is happy (2013), racconto di formazione basato sul libero adattamento di 410 tweet di un’utente liceale, Thamrongrattanarit opta qui per un approccio alla scrittura più convenzionale, che procede per sottrazione anziché per rielaborazione. Spogliando Human Resource degli artifici del cinema narrativo, esibendone i tempi morti e le frasi di circostanza che costituiscono le fondamenta della quotidianità, il regista sembra quasi rincorrere lo slow cinema, e in particolare quello dei suoi connazionali Apichatpong Weerasethakul e Anocha Suwichakornpong, muovendosi tuttavia nella direzione di un timido tentativo di riappropriazione del reale dissimulando la presenza del dispositivo.
L’assenza di movimenti di macchina, il mantenimento di una distanza e di un registro registico invariati a prescindere dalla condizione emotiva dei personaggi, e di riflesso l’importanza deputata al sonoro nel costruire l’universo affettivo degli stessi, contribuiscono a ricreare nello spettatore la sensazione di apatia esperita dalla protagonista, il cui spazio è quello del capitale, brulicante di innumerevoli oggetti – in senso sia merceologico che dialettico – che impediscono al soggetto di intendersi biologicamente. In questo senso, Fren sembra quasi agognare le tragiche notizie di accoltellamenti, di crisi economica e ambientale propinate dai media, in quanto promemoria della sua esistenza, in antitesi a coloro che più non sono – la ragazza che aveva assunto, spinta al suicidio dagli abusi di potere dei superiori – o che ancora devono essere – il bambino che porta in grembo, latore di ulteriori aspettative il cui portato è anzitutto economico.

Si potrebbe dunque intendere Human Resource come una sorta di film a tesi, dove l’esortazione politica ha ceduto il passo alla più contemporanea disillusione, ma resta il problema che il suo distacco di fondo lo priva di mordente, come della capacità di imprimere direzione a un più vasto ragionamento sul contesto nazionale che ritrae. In altre parole, la decisione di Thamrongrattanarit di costruire il film attorno alla presenza fantasmatica di Fren senza optare per una rappresentazione realmente simbolica, inserendo anzi dei timidi sviluppi di trama che fanno erroneamente supporre una qualche redenzione finale, porta Human Resource in una territorio liminale tra l’artificio narrativo e la negazione dello stesso.
Un film insomma indeciso, dove la reale intenzione dell’autore appare offuscata dalle sue stesse velleità estetiche.










