Alla 54esima edizione del festival ceco di Karlovy Vary i premi del concorso principale sono andati a film che dissezionano drammi palesi o lotte sotterranee all’interno di nuclei familiari problematici, mentre la sezione East of the West è stata vinta da un esordiente russo che ricorda i magmatici anni Novanta, ma ci è sembrato derivativo e confusionario. Di tematica e autrice russa, ma battente bandiera baltica, l’intenso film vincitore del concorso documentari.

Il Globo di Cristallo 2019 è andato alla coppia bulgara formata da Kristina Grozeva e Petar Valchanov, che con The Father imbastiscono un tour de force familiare sulle linee di misticismo e pazzia senile, non convincendo però troppo chi scrive, a causa di un’impostazione che puzza troppo di scrittura a tavolino e di precisione di incastri: la ricerca affannosa dell’“ultimo messaggio” di una madre di famiglia appena defunta ci spinge eccessivamente su quella linea di accumulazioni che finisce con il tradire il patto di credibilità con lo spettatore e si appiattisce su una “sceneggiatura di coincidenze”, per di più leggermente irritante.

Più convincente, nella sua altrettanto dura anamnesi familiare è il vincitore del Premio Speciale della Giuria (composta da Stepan Hulík, Annemarie Jacir, Sergei Loznitsa, Angeliki Papoulia and Charles Tesson), ossia Lara, del giovane tedesco Jan-Ole Gerster. Una madre iper-possessiva rovina la vita del figlio pianista, fino a scoprire (con un illuminante finale) che anche a lei da giovane era stato fatto un enorme torto esistenziale. Con questa sua opera seconda Gerster dispone una vetrina perfetta per una prova d’attore misurata e potente, con la quale Corinna Harfouch (un po’ una Isabelle Huppert teutonica…) si porta a casa un meritato Globo per la migliore interpretazione femminile. Fra le curiosità c’è da dire che la veterana attrice della Turingia aveva ricevuto lo stesso riconoscimento già 31 anni fa, nell’allora Cecoslovacchia e per un film della DDR.

In alcune delle classifiche internazionali dei critici qui accreditati, fra i favoriti per il gradino principale svettava Let There Be Light dello slovacco Marko Škop, ma il premio che alla fine questa coproduzione ceco-slovacca si porta a casa è solo quello per la migliore interpretazione maschile, andata ad un Milan Ondrík che a noi è parso sì molto in parte, ma non eccezionale. Per lo meno non così sorprendente come il belga Kevin Janssens, imbolsito e imbruttito oltre ogni dire per interpretare una sorta di custode minus habens in un campo di nudisti nell’ottimo dramma a tinte comiche Patrick di Tim Mielants, che si porta personalmente a casa il premio per la migliore regia. Se nel primo seguiamo un operaio che lotta contro organizzazioni paramilitari che sostituiscono gradualmente i nuclei familiari e i valori umanistici, nel divertente film di Janssens ci muoviamo fra l’ironia sulfurea dei fratelli Coen e lo spaccato sociale senza sconti che abbiamo visto in certi thriller provinciali di Chabrol…

La Giuria ha poi ritenuto di dover assegnare due menzioni speciali a due film ispanofoni di forte impostazione femminile: nella sua interezza allo spagnolo The August Virgin di Jonás Trueba, sorta di flanerie estiva madrilena su una trentenne alla ricerca di punti fermi, mentre all’attrice argentina Antonia Giesen, protagonista di The Man of the Future di Felipe Ríos, va il riconoscimento tutto personale in quanto ritenuta (nient’affatto a torto) “nuova promessa”, per la sua tenace interpretazione di una giovane boxeur in cerca di un nuovo rapporto con l’anziano padre camionista sulle strade infinite del sud America.

Per quanto riguarda l’altro concorso di opere narrative, “East of the West” (area dei paesi del post-socialismo reale) riteniamo che come vincitore il russo Byk dell’esordiente Boris Akopov sia stato quanto meno sopravvalutato: è la storia un po’ fuori tempo massimo di giovani delinquenti di periferia che si snoda in modo un po’ caotico fra gangster movie “de no antri”, zuffe fra gruppi etnici criminali e certo maledettismo slavo che sinceramente ci ha un po’ scocciato. Se fosse ancora vivo il buon Aleksej Balabanov si rivolterebbe sulla sedia a sapere che ancora insistono nel copiare (male) i suoi modelli…

Molto più azzeccata e illuminante la scelta del Premio Speciale della Giuria per la stessa sezione, andata a uno spassoso e al tempo stesso pensoso esordio ucraino, il road-movie My Thoughts Are Silent di Antonio Lukich, che apre strade e prospettive nuove per la cinematografia di quel paese al momento particolarmente martoriato: segnale incoraggiante e dimostrazione che anche un paese in guerra può sfornare commedie originali e non solo opere mortifere.

Per non dire poi della maturità con cui si profila un nuovo talento nel cinema di indagine ed osservazione, la trentenne Ksenia Okhapkina, che ha meritatamente vinto il concorso documentari con il suo Immortal, dedicato ad una orrida e preoccupante organizzazione militare russa, la “Junarmija” (“Esercito dei giovani”), che infonde a forza di esercitazioni e slogan bellici un malcompreso e pericolosissimo spirito patriottico in bambini dai dieci anni in su (!). Tanto per capirci il film è molto critico verso tali obbrobri anti-umanistici, e non è stato finanziato dalla Russia putiniana (stupisce anzi che gli organismi ufficiali russi non ne abbiamo ostacolato le riprese), bensì da paesi vicini come l’Estonia e la Lettonia, che ovviamente seguono con grande apprensione queste tendenze bellicose con le quali la Federazione Russa cerca di infondere a viva forza nelle giovani generazioni spirito combattivo e odio verso chissà quale nemico alle porte.

Nel complesso, insomma, un concorso per nulla deludente, alcuni documentari carichi di spunti di riflessione e un festival che continua a proporsi come punto di riferimento per l’Europa centrale.