Lei e lui: una coppia di oggi, sulla trentina, piacenti e apparentemente come tanti altri. Lei è Alma (Maren Eggert), una studiosa di arte sumera, campo quanto mai specifico, presso il Museo di Pergamo di Berlino. Lui è Tom (Dan Stevens), parla tedesco con un lieve accento inglese, cita a memoria la poesia di Rilke, balla con eleganza, conosce il sumero, l’accadico e l’assiro babilonese. Oltre ad avere infinite altre doti. È insomma l’uomo perfetto per Alma, fatto apposta per lei.

Ma nonostante le apparenze, Tom non è un uomo bensì un umanoide, ossia una macchina dall’aspetto umano programmata per piacere e soddisfare ogni esigenza di Alma. La ditta che ha sviluppato tale macchina ha selezionato alcune persone single per testare i prodotti, in cambio di importanti opportunità nelle rispettive carriere. Nella prima parte il film mostra una serie di scene a volte comiche, a volte paradossali ma sempre divertentissime. Eppure aleggia costantemente un velo di inquietudine.

Essere umano e macchina: è possibile un vero rapporto? Tom viene perfezionato dopo gli iniziali inconvenienti tecnici e la sua presenza diventa sempre più importante per Alma. Lui è assolutamente perfetto e talvolta si comporta in modo davvero umano, anzi più che umano. Più Alma si rende conto della perfezione di Tom, più si convince che lo deve allontanare da lei. “Quello che ci rende felici – dice Alma – non è la perfezione,  bensì la fantasia, la continua ricerca della felicità. E’ questo che ci rende umani”.

Quando Alma incontra con un anziano magistrato che, grazie alla compagnia della sua umanoide, si dichiara finalmente felice per la prima volta dopo una intera esistenza in solitudine, a maggior ragione la studiosa si convince che se gli esseri umani si dovessero abituare alla compagnia di una macchina, non sarebbero mai più capaci di avere rapporti normalmente affettivi con altri esseri umani. Boccia quindi senza appello la sua perfetta e impeccabile macchina Tom. Eppure… forse anche le macchine hanno un’anima. O forse è tutta una nostalgica illusione.

Un film che con una veste lieve fa profondamente riflettere su un tema di grande attualità, come il rapporto uomo – macchina, ma anche sull’eterna domanda umana di che cosa sia veramente l’amore. Il film si basa sull’omonimo racconto della cinquantenne scrittrice tedesca Emma Braslavsky ed è condotto con maestria da Maria Schrader, (solo omonimia con il regista Paul Schrader) attrice e da tempo anche sceneggiatrice e regista. Bravissimi i protagonisti, specie Dan Stevens con il suo sguardo inquietante,  e tutti gli attori.

Al film, in concorso nell’edizione on line del 71° festival del Cinema di Berlino 2021, è stato conferito l’Orso d’Argento per la miglior interpretazione di Maren Eggert (Alma) con la seguente motivazione: “la sua presenza ci ha resi curiosi. La sua charme ci  ha resi empatici. E la sua tavolozza di doti recitative ci consente di sentire, ridere e fare domande. Con sicurezza ha dato vita a un copione eccellente, supportata da meravigliosi colleghe e colleghi e dalla regista, ha creato un personaggio memorabile nel quale possiamo identificarci e che ci porta a riflettere sul nostro presente e sul nostro futuro, sulle nostre relazioni e su ciò che veramente vogliamo nella vita.”