“Il commesso” di Bernard Malamud

Edito nel 1957, secondo romanzo dell’autore, Il commesso (The Assistant) tributò a Malamud il National Book Award due anni dopo, all’età di quarantacinque anni.

La storia è quella di Morris Bober, un piccolo negoziante ebreo immigrato in America dalla Russia zarista (proprio come i genitori dello scrittore), che si ritrova a navigare in pessime acque a causa della concorrenza, in quelli che furono gli anni successivi alla Grande Depressione.

Il cognome stesso del commerciante reca in sé il presagio della sua sventura: ‘bober’, infatti, in yiddish indica una persona (o cosa) di scarso valore.

Morris vive con la premurosa moglie, Ida, e la figlia Helen, mentre ha perso un giovane ragazzo di nome Ephraim, a causa d’una qualche, all’epoca misconosciuta, affezione alle orecchie.

I tre cercano di sopravvivere alla bell’e meglio, finché una brutta rapina impartisce il colpo di grazia a quella che appare essere una situazione già allo stremo. Ciononostante, una fortuita (?) coincidenza pone sulla loro strada un forestiero giunto dall’Ovest, Frank Alpine. L’uomo finirà per stravolgere i routinari equilibri della famiglia Bober, dando altresì una svolta alla propria abietta esistenza e ad un passato costellato di stenti, perennemente in bilico tra rettitudine e disonestà.

Malamud, da sempre grande appassionato di Chaplin, si avvicinò alla letteratura dopo aver ricevuto in dono, dal padre, The Book of Knowledge come premio per aver superato una polmonite (la stessa che guarda caso affligge, per ben due volte, il povero Morris).

Nota fu l’amicizia con Philip Roth, col quale condivideva l’origine ebraica, sebbene affrontassero la tematica in maniera piuttosto antitetica (anche in Lamento di Portnoy, 1969, il protagonista del romanzo, Alexander Portnoy, è il risultato d’un capovolgimento della rappresentazione solita del ‘classico ebreo’). I due si conobbero ad Iowa City, nel febbraio 1961, ad un laboratorio denominato ‘Writing American Fiction’ tenuto da Roth per un piccolo college in Monmouth (Oregon) ed il loro rapporto proseguì disteso per molti anni, finché questi non pubblicò (1974) un saggio per il New York Times che intitolò Imagining Jews, nel quale criticava l’immagine retta e moderata che certi letterati diffondevano sugli ebrei, citando espressamente i romanzi di Malamud e Saul Bellow come esempio.

Bernard non la prese bene e gli indirizzò una missiva risentita e lapidaria, ma il tutto si risolse un paio d’anni dopo, in un incontro a Londra, in cui (aneddoto contenuto in Picture of Malamud, altro articolo scritto da Roth nel 1986 per il New York Times, narra che) si scambiarono addirittura un bacio sulle labbra.

L’autore visse anche per un periodo a Roma, grazie ad una borsa di studio assegnatagli per la narrativa nel 1956 dalla rivista trimestrale statunitense Partisan Review e scrisse perlopiù di esuli.

Il commesso, in particolare, è un manifesto sulla dignità della miseria e la pena d’un mondo sofferente (schmerz). Se “essere poveri è una sporca faccenda” e i supermarket la morte del piccolo commerciante, Morris incarna l’obiettivo dell’autore di nobilitare l’uomo e combattere le folate d’imbarbarimento della nostra società.

Tuttavia, la sua volontà è la tenacia insignificante della vittima, che nulla può contro l’inesorabilità degli accadimenti, aggravata dal tipico disonore dei poveri: il non poter provvedere alla propria famiglia. E si può, forse, seguitare a vivere quando si è già morti? “Qualche volta penso che la vita di un uomo continui sempre com’è cominciata”.

Bernard Malamud
Il commesso
minimum fax (classics), 2017
pp. 325, € 15,00