6 gennaio 1980, il Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, già sostenitore/alleato di Moro, viene ucciso a colpi di pistola mentre si sta recando a messa con la sua famiglia.
Avversato dalla sua stessa corrente politica, Mattarella stava indagando sui traffici politico-mafiosi dell’assessore ai lavori pubblici di Palermo, Vito Ciancimino, durante il mandato di sindaco di Salvo Lima, affiliato alla corrente andreottiana.

Il sostituto procuratore di turno, il giorno del delitto, è Pietro Grasso. Le indagini sono condotte dal Giudice Istruttore Giovanni Falcone, che indaga su relazioni tra mafia, politica, nar e neofascisti, banda della Magliana, cia e servizi segreti.

Per l’omicidio di Mattarella fu condannata la cupola mafiosa (Riina, Greco, Brusca, Provenzano, Calò, Madonia, Geraci); ma i killer sono ancora senza nome. 

Questa è la sintesi di una cronaca purtroppo e inspiegabilmente poco nota, spesso sconosciuta, soprattutto tra le giovani generazioni.
Intento del film – che il 2 luglio esce in sala – è ricordare un delitto di mafia e un personaggio politico.
Scritto e diretto da Grimaldi, Il delitto Mattarella prova a mettere in scena quei fatti di cronaca sopra citati.

L’indagine e gli obiettivi sono benintenzionati, il problema è il risultato finale che risulta inefficace per un eccesso non lineare di informazioni.
Abbiamo compreso le intenzioni, ma sono molto, molto lontani i punti di riferimento del cinema di denuncia di Rosi e Petri.

Siamo rimasti sbigottiti da una fastidiosa tenuta espositiva da fiction-tv, da dialoghi goffi e da una recitazione enfatica, accompagnata da musiche esasperate.
Ci ha lasciato senza parole la pessima riuscita dell’imitazione di Andreotti ai limiti del carnevalesco.
È giusto e necessario portare l’attenzione su quella cronaca e quell’omicidio. Proprio perché non è nota, occorre avere riguardo per i dettagli e la cura narrativa, filmica, di memoria.