Il 2020 si è concluso con una notizia straordinaria per l’area veneziana: Pulcinella, Giuditta, Marte e Nettuno, il Doge Morosini, i Fortuny, la balenottera del Museo di Storia Naturale, le marionette di Casa Goldoni, i corsetti di Palazzo Mocenigo insieme ai merletti di Burano e i vasi pulegosi di Murano, nonché tutti i segni zodiacali della Torre dell’Orologio sono in isolamento forzato. I Musei Civici di Venezia sono infatti in “quarantena”, colpiti da un virus che serpeggia da decenni nella nostra società. Settimana scorsa Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia e vice-presidente della Fondazione MUVE, ha infatti confermato la notizia della chiusura di tutti gli undici Musei Civici nel primo trimestre del nuovo anno.

Una scelta in linea con le idee del primo cittadino, da sempre preoccupato verso gli introiti della città; come dimenticare infatti la conferenza stampa di apertura del museo M9 di Mestre nel 2018, quando Brugnaro fece capire in modo inequivocabile al pubblico che Venezia aveva bisogno di una cosa: soldi, o in veneziano schei.
Ora che i soldi sono arrivati, 7 milioni dal MiBACT a coprire la mancata bigliettazione dell’anno precedente, come confermano diverse fonti, non bastano. Servono altri soldi, quelli dei turisti che si riversavano sulla città lagunare – fino quasi alla fine del 2019 – come orde spaesate. Si perché, tralasciando l’episodio di chi attraversa dieci volte il Ponte dei Sospiri in cerca del medesimo ponte senza capire che si trova al suo interno, la massa di persone che confluisce su Venezia è appunto disorientata e non viene aiutata a scegliere tra la vasta offerta culturale della città.

È ormai chiaro da anni che i grandi flussi del turismo sono stati dirottati verso un’unica meta: Piazza San Marco. A discapito della piazza stessa, ma soprattutto a discapito degli altri Musei Civici del circuito veneziano. E non stiamo parlando di musei minori, ma di veri e propri gioielli come ad esempio Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna, che prima di subire l’attacco dell’acqua alta del novembre 2019 registrava un numero ridicolo di ingressi giornalieri se paragonato ai capolavori che custodisce. Capitava spesso di incontrare all’uscita di Ca’ Pesaro visitatori estasiati perché non si immaginavano di trovare una galleria d’arte così ricca girovagando a caso per la città. Sentirlo dire rendeva felici, ma al tempo stesso era un pungolo al cuore, come è possibile che un museo di tale bellezza non sia ben segnalato nei percorsi cittadini, nelle mappe o che non costituisca un motivo di vanto per la città? Idem per Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano, che conserva Canaletto, Carriera, Tiepolo… e continua a perdere ingressi, come dimostra l’Annuario del Turismo 2019 dell’Assessorato al Turismo di Venezia. Dal 2018 al 2019 si contano più di 20000 presenze in meno. Il 2019 era l’anno in cui la star della città era Canaletto, pittore del Settecento, per la sua mostra a Palazzo Ducale – si, Palazzo Ducale – sono state prestate da Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano – diverse opere.

Ora questo periodo di scarso afflusso negli istituti culturali poteva rappresentare il momento ideale per ristabilire una connessione tra musei e cittadinanza e al tempo stesso per immaginare nuovi percorsi per un turismo sostenibile. Così al momento della ripartenza non ci troveremo spaesati come il turista che ruota su stesso sul Ponte dei Sospiri, ma avremo un piano per il futuro. Non cercheremo di riproporre la solita minestra con qualche aggiunta di interattività ma potremo sostenere un discorso culturale che arricchisce tutti, cittadini veneziani e del mondo intero.

Chiudere i Musei Civici adesso è un crimine, nei confronti dei cittadini, nei confronti di tutti i lavoratori dei musei, nei confronti della cultura. Chiudere i Musei Civici è inoltre una sconfitta, è arrendersi, non solo al coronavirus.

Il museo dovrebbe essere sempre aperto, pronto ad aspettarci, a costituire un rifugio e una speranza, a suo modo una risposta di lotta contro le malattie della nostra società.