Andrea Segre a due anni di distanza da L’ordine delle cose (che gli valse il Premio Speciale per i diritti umani, il HRNs Award) fa di nuovo visita al festival che è in tutti i sensi casa sua. L’edizione 2019 annovera nella selezione dei film non inclusi nel concorso ufficiale Il pianeta in mare, documentario sul passato, il presente e il futuro di Marghera dopo una l’incursione nella fiction nel 2017.

Quello che una volta era unanimemente noto come il cuore pulsante della vita industriale di Venezia ora è ridotto a una versione decadente di se stesso, ma nel luogo c’è ancora dell’attività e anche piuttosto variegata, eppure gli ultimi anni di crisi, nell’opinione del regista, in aggiunta alla situazione generale che già da qualche anno si trascina, hanno innescato un grande processo di rimozione nazionale. Segre si pone il compito di portare lo spettatore là dove c’è ancora vita anche se sembra essere stata dimenticata, dai media, dai veneziani tutti, e persino da chi lavora in loco.

E da bravo documentarista il nostro è anche in grado di allargare il discorso alla congiuntura socio-economica contemporanea, a cui alcune delle questioni centrali che concernono Porto Marghera devono necessariamente ascriversi, ma prima ci fa entrare nel ventre degli nuovi stabilimenti e ci fa fare un excursus in quelli da abbattere, facendo parlare la varia fauna che abita la zona: camionisti, operai, dirigenti, e l’istrionica cuoca dell’ultima trattoria in assoluto di Marghera.

Il tutto rigorosamente il dialetto, dal veneto lagunare di chi lì è nato alle imitazioni malriuscite degli immigrati meridionali e stranieri. Porto Marghera non è più porto Marghera dalla fine degli anni ’90, e da allora chiunque ci abbia a che fare quotidianamente si domanda cosa ne sarà nel futuro, se esisterà ancora dopo aver subito – probabilmente – un gigantesco processo di rinnovamento o se verrà lasciato a collassare su se stesso. Un manager sembra convinto della seconda ipotesi e si è trasferito in Austria definitivamente, l’addetto alle relazioni con i clienti esteri invece dopo aver girato per le capitali europee è ritornato a vivere in zona convinto che ci sarà una rinascita, mentre il sottobosco dei lavoratori, pur continuando a coltivare un certo romanticismo nei confronti della zona e dei bei ricordi che evoca, sembra essere messo il cuore in pace.

In questa coltre di rassegnazione Segre svolge il suo consueto lavoro di montaggio, dividendo le riprese ai vari personaggi in segmenti riassemblate poi per nuclei tematici, che vanno dai cambiamenti rispetto allo sviluppo negli anni novanta al rapporto con i lavoratori stranieri fino alla vita quotidiana del luogo e la sua popolazione in maggioranza anziana. Più che per interviste Segre procede con il metodo Wiseman e la sua mdp invisibile, quasi dimenticata, fissa in un posto a riprendere per giornate intere fino a generare decine di ore di girato dal quale estrapolare quel 2% che racconti le vicende nel modo più naturale e sincero possibile.

L’ironia dei lavoratori del luogo contribuisce in larghissima parte a tenere alto un ritmo che una mise così statica non avrebbe potuto permettersi, ognuno di questi ha la sua opinione, spesso abbastanza scorretta storicamente parlando, che però il regista si limita a mostrare per far tastare il polso della situazione così come è percepita dall’interno al di là della realtà, anche quando si esagera, magari davanti a qualche bicchiere di troppo. Si ha, per esempio, un’inaspettata esterofilia da parte di operai e camionisti, consapevoli dei difetti “all’italiana” e invidiosi del modello altrui pur non conoscendolo. Durante uno spritz serale uno dei camionisti di diverte a pontificare sulla Serbia, di quanto siano buone le persone lì e di come sia impossibile che abbiano iniziato una guerra, e sulla Turchia dove “funziona tutto, anche se ho visto solo le autostrade; le donne mancano, forse perché le hanno ammazzate tutte” (parafrasi). Contenuti di questo tipo non possono non strappare una risata, al di là di ogni stupidaggine che viene detta in queste occasioni, perché fanno capire esattamente il malumore che alberga. Altra fonte di siparietti grotteschi sono i rapporti con le maestranze immigrate, soprattutto quelli tra gli “acquisiti” dalla Sicilia e gli africani, che dal nulla di sentono apostrofare “terroni” da primi tra risate crasse fino a quando qualcuno non spiega loro la storia.

Il pianeta in mare è un documentario canonico senza guizzi né in campo tecnico né dal punto di vista dell’organizzazione, ma in appena un’ora e mezza racconta in maniera esaustiva una realtà che, come si accennava all’inizio, pare dimenticata ma prima o poi, anche e soprattutto a livello politico, dovrà essere affrontata di petto.