“IL PRINCIPE DELLA NEBBIA” di Carlos Ruiz Zafón

Trasferirsi dalla città in un piccolo paese affacciato sull’Atlantico non va proprio a genio a Max Carver, però si adegua alle decisioni del padre. E scoprirà allora che la magia non è solo quella di chi tira fuori conigli dai cilindri, ma può materializzarsi in mille forme, fare del male a chi amiamo di più e perfino uccidere.

La prassi impone che, dopo che un libro è diventato un caso editoriale, vengano pubblicate tutte le opere precedenti di quell’autore, in modo da sfruttare l’onda lunga del successo. Così è accaduto per Dan Brown dopo la pubblicazione de “Il codice da Vinci”, così avviene adesso con Jonathan Littell dopo il trionfo de “Le benevole”. Quindi non è un caso che “Il principe della nebbia”, pubblicato in Italia per la prima volta nel 2002, venga ora ristampato, in seguito agli ottimi risultati de “L’ombra del vento”. I presupposti per stregare quanti si sono innamorati dello stile e della fantasia di Zafón ci sono tutti, del resto molte immagini che poi verranno sviluppate ne “L’ombra del vento” sono già presenti, seppur in nuce, in questo romanzo breve o racconto lungo: un ragazzo di tredici anni, Max; un luogo misterioso, un cimitero di statue animate; un personaggio inquietante, il dottor Cain, mago noto anche come Principe della nebbia. Gli stessi elementi che poi si ritrovano nel romanzo che ha lanciato Zafón, con nomi diversi: Daniel, il Cimitero dei Libri Dimenticati, lo scrittore maledetto Julián Carax. Tuttavia, sarebbe un errore pensare di trovarsi di fronte alla brutta copia del romanzo. Non è affatto così perché, pur affidandosi ad elementi simili, e per quanto un vago senso di dejà vu sia innegabile, lo scrittore sviluppa una storia diversa, nella quale è il soprannaturale a prendere il sopravvento. Si passa da momenti in cui vengono descritti quadretti di tranquilla vita familiare ad altri in cui statue di pietra prendono vita e dalle profondità dell’oceano riemerge una nave affondata da venticinque anni. Non si corre davvero il rischio di annoiarsi. Ma del resto Zafón non può che essere considerato l’ultimo di una serie di eccellenti risultati riportati sia a livelli di critica che di vendite degli autori iberici.

La letteratura spagnola dei primi anni del Duemila ha sviluppato, e continua a sviluppare, connotazioni specifiche rispetto alla letteratura europea. Si è avuta l’affermazione di scrittori di genere (giallo, fantascienza, horror, reportage, storico, erotismo), i quali però realizzano la contaminazione di questi generi. Ecco che allora, tanto in patria quanto all’estero, si sono affermati scrittori come Manuel Vázquez Montalbán, per i suoi polizieschi, Almudena Grandes, per la narrativa erotica (“Le età di Lulú”), Ildefonso Falcones (“La cattedrale del mare”), ma soprattutto Javier Marías, ormai riconosciuto come il più importante narratore spagnolo del momento, autore del capolavoro di questi anni “Domani nella battaglia pensa a me”. Le opere di Zafón sono da ascriversi a questa tendenza della letteratura spagnola, visto che in esse appaiono mescolati elementi del romanzo d’avventura, come del giallo, del fantastico e dell’horror (alcune parti de “Il principe della nebbia” fanno davvero correre dei brividi di paura lungo la schiena). Pochi potrebbero dichiararsi non soddisfatti dalla lettura dei suoi libri e del resto basta guardare all’incipit del “Principe”: “Dovrà passare molto tempo prima che Max dimentichi l’estate in cui scoprì, quasi per caso, la magia”. Sembra che Zafón stia dicendo al lettore: “A me gli occhi” e arrivati alla fine l’unico rammarico sta nel fatto che il racconto sia durato appena 136 pagine.

Carlos Ruiz Zafón, Il principe della nebbia, 2002, Casa editrice: SEI, pp. 136 euro 12,00.

Exit mobile version