È raro che un film riesca a colpire tutti i sensi: solitamente colpisce gli occhi e l’udito, ma olfatto e gusto ne restano esclusi (salvo che in alcune eccentricità come l’Odorama). Il signore delle formiche fa eccezione, perché è un film di cui lo spettatore riesce a percepire l’odore: un odore di muffa, di stantio, di cadavere in decomposizione, dove il cadavere è il cinema.

Il signore delle formiche è il prodotto deteriore di un cinema vecchio, superato, retorico, e intollerabile: un cinema che annega un soggetto interessante in un mare di parole mal scritte e recitate ancora peggio – un soggetto che dovrebbe essere in grado di parlare all’oggi ma finisce per parlare solo dell’altroieri, e pure male.

La vicenda giudiziaria di Braibanti viene messa in secondo piano, affogata in un mare di parole recitate male e scritte peggio. Gli attori sono diretti in modo imbarazzante, con tempi prolungati e pause infinite da telenovela brasiliana, talmente eccessivi che a tratti ricordano Duccio Patané quando, in Boris, cerca di dare una prova di recitazione. Si salva solo Elio Germano che, pur con un personaggio che è un coacervo di stereotipi, riesce a offrire un’interpretazione da cui traspare un po’ di vita. I personaggi parlano in modo del tutto innaturale, pronunciando parole e discorsi che nessuna persona reale pronuncerebbe mai: la prima mezz’ora in particolare è ricca di pistolotti filosofeggianti ai limiti dell’imbarazzo, con una retorica insopportabile, affettata, emetica.

Questo cinema regressivo sarebbe già un peccato mortale di per sé, ma lo diventa ancora di più perché mortifica un tema che aveva tutto il potenziale per essere interessante: il caso di Braibanti racconta l’Italia di allora e anche quella di oggi, un’Italia fatta di ipocrisie e piccole meschinità, dove la pubblica morale viene sbandierata a targhe alterne e solo quando il bersaglio è “l’altro”, il diverso da noi. C’era quindi il potenziale di fare un film simile a L’ufficiale e la spia o a Il processo ai Chicago 7giusto per citare due esempi recenti. Amelio sacrifica però il rigore del legal drama sull’altare del melodramma da fiction, e il risultato è una tomba, una cripta in cui viene sepolto il buon cinema giudiziario, con l’aula del tribunale che non fa la sua comparsa fino alla seconda metà inoltrata del film.

La vicenda viene presentata in modo peloso, quasi pruriginoso attraverso scene e personaggi che sono stereotipi da operetta (operetta che peraltro fa la sua comparsa – così, di botto, senza senso, sempre per citare Boris – nel finale): tra madri iperreligiose e nevrotiche e fratelli tutto stupore e ferocia, passando per le scappatelle nei boschi di Braibanti, Amelio non dimentica nessun grande classico del peggior cinema italiano. Gli unici momenti di stupore derivano dalla totale mancanza di senso e scopo, tra scene che non servono alcun proposito e la comparsa di Emma Bonino, fugace apparizione stile Madonna di Fatima di cui solo al regista può essere chiaro il motivo.

Il signore delle formiche è un esempio di quel cinema italiano che speravamo di non dover più vedere – in generale, e in particolare alla Mostra del Cinema: vecchio, stanco, pieno di sé, con dialoghi del tutto innaturali e interpretazioni ai limiti dell’allucinante. Stupisce che venga da Gianni Amelio, che ci aveva abituato a molto di meglio: ma, forse, questo cinema è ormai talmente interiorizzato da tutti gli addetti ai lavori da essere come una cancrena, uno di quei funghi-zombie che, lentamente, divorano le formiche dall’interno, piegandole al loro volere.