Anche quest’anno nel concorso ufficiale della Mostra non manca la quota partenopea, rappresentata come l’anno scorso da un film di Mario Martone, che decide di portare sul grande schermo il suo personale adattamento della classica commedia di Eduardo De Filippo Il sindaco del Rione Sanità dopo averla rappresentata nei teatri d’Italia durante lo scorso anno. Ambientando le vicende dell’opera di De Filippo ai giorni nostri e modificando leggermente il finale, Martone fa sua una riflessione profonda e articolata sul rapporto tra la città di Napoli e la criminalità, con una profondità che raramente ha caratterizzato le decine di film e serie tv sul tema che negli ultimi anni hanno affollato le sale, i festival e i palinsesti televisivi.

Come nell’opera teatrale, le vicende sono ambientate per la quasi totalità del film nella casa sul Vesuvio del boss Antonio Barracano (che questa volta non ha più l’aspetto di un austero uomo di mezza età come quando a interpretarlo era lo stesso de Filippo, bensì quello del fisicatissimo e più giovane Francesco di Leva, in un’eccellente interpretazione), impegnato nel ricevere una serie di abitanti del rione Sanità, criminali e non, che si rivolgono a lui per risolvere le più disparate questioni, come in una sorta di tribunale non ufficiale. In questo è affiancato dal dottor Fabio della Ragione, un medico che sembra sempre più perplesso dalle attività del socio ed esprime fin da subito la volontà di lasciare la casa del boss. Una complessa disputa tra un fornaio e suo figlio porterà al tragico finale.

 

Con un ritmo e una scorrevolezza non scontati per un film ambientato in poco più di due location, Martone racconta la visione del tutto personale che il “sindaco” ha della giustizia, basata su una serie di principi che esulano dal diritto e dai tribunali ma che non per questo sono meno saldi agli occhi del protagonista che, come racconta lui stesso al dottore, vive la criminalità come una sorta di male necessario in una realtà che non potrebbe esistere diversamente, visione diametralmente opposta rispettoo a quella del dottore che però, differentemente da quanto succede nel finale originale, qui non mette in atto un gesto di redenzione fondamentale invece nella commedia di de Filippo, come se Martone volesse dare una svolta ulteriormente pessimista a un’opera che di pessimismo era già profondamente impregnata.

Il sindaco di Martone resta quindi un personaggio saldamente convinto dell’efficienza di un sistema che gli si ritorcerà contro nel finale, finale che però in questa trasposizione cinematografica non servirà da epifania per nessuno degli altri personaggi. Oltre a questo piccolo ma fondamentale tocco personale del regista, un altro punto di forza dell’adattamento è la composizione delle inquadrature, didascaliche ma mai statiche (particolare non banale per un film tratto da un’opera teatrale), coadiuvate da uno studio maniacale di scenografie e costumi. Altra nota di merito va senza eccezione alcuna a tutto il cast (da Massimiliano Gallo a Roberto de Francesco), che riesce a reggere una sceneggiatura fatta di lunghi monologhi e di momenti di forte tensione. Azzeccata anche la colonna sonora hip hop firmata dal rapper Ralph P.