“Il sole dei morenti” di Jean-Claude Izzo

Rico è un senzatetto, separato e con un figlio, Julien, affidato alla madre, Sophie, che decide di spostarsi verso lidi più caldi a seguito della dipartita del suo unico amico, Jean-Louis Lebrun, detto Titì, sul marciapiede d’un metrò parigino in una gelida sera di gennaio, e della sua diagnosi di pleurite essudativa.

La ricerca, dopo vent’anni, del suo primo amore marsigliese, Léa Carabédian, sarà il pretesto ulteriore di un èpos che condurrà Rico alla volta del famigerato ‘posto al sole’, a dispetto dell’inverno che ha intorno e dentro di sé.

La rappresentazione del sentimento, la recita costante, l’apparenza che induce gli individui ad ‘amare’ solo in base a determinate contingenze e all’interno di un contesto preciso, anziché secondo un concetto di ‘designatore rigido’ filosoficamente incondizionato e non minacciato dal cambiamento, diviene per Rico causa scatenante del suo errare, del disgusto di vivere e di sé stesso, aggravato ancor più dalla perdita prematura dell’amico quarantacinquenne.

Il sole dei morenti è l’ultimo romanzo di Izzo, inventore del cosiddetto ‘noir mediterraneo’, il quale fu costretto a portarlo a termine proprio durante la fase terminale della sua malattia (cancro al polmone). Pur avendo esordito come poeta negli anni ’70, egli raggiunse l’apice del successo con la trilogia marsigliese (Casino totale, Chourmo. Il cuore di Marsiglia e Solea) soltanto negli anni ’90.

In questa storia l’autore prende spunto da servizi, inchieste ed interviste apparsi su Libération e Le Monde, nonché da alcuni racconti, per tratteggiare uno spaccato contemporaneo il più realistico possibile.

Il razzismo di una parte dei francesi nei confronti degli immigrati nordafricani, spesso impiegati nei cantieri edili, e l’emarginazione degli indigenti, anche da parte delle autorità; il commercio dei clandestini, incarnato da un amico, Abdou, conosciuto su una panchina in Place de Lenche ricoperto di ustioni, perché costretto a viaggiare nascosto nella sala macchine d’un cargo; la condizione di sofferenza e povertà dei sopravvissuti alla Guerra in Bosnia ed Erzegovina e l’orrore di certe barbare fucilazioni in terra algerina costituiscono il legame che unisce, fra rabbia e disperazione, gli esseri rifiutati, gli esclusi che si avvicendano nell’opera.

Già prima dell’inizio della Seconda parte il racconto vira dalla terza persona alla prima e Abdou diviene l’io narrante diretto: il male viene descritto come irreale, dal momento che chiunque può indignarsi e commuoversi per le storie altrui, ma non immedesimarsi davvero, perché chi soffre “non appartiene più allo stesso mondo”, ma ad un proprio insondabile microcosmo.

Marsiglia rappresenta per il protagonista la fine del suo viaggio, la ricerca d’una Léa, forse neppure più tangibile, bensì simulacro ideale che renda palpabili i ricordi e le speranze giovanili e che rimetta ordine nella testa di Rico, ormai sempre più intorpidito dalle sue precarie condizioni.

Relegato ai margini della società, in una vita in cui ognuno è solo e già vinto, il suo disperato inseguimento, verso l’amarezza e la grandiosità dei sogni, d’una qualche felicità possibile, non è altro che un inno all’amore, agli attimi guadagnati contro la solitudine, contro la tristezza delle notti, rubati al tempo che passa: “la capacità di ognuno di rimanere a galla e difendere il suo pezzo di carne, per sopravvivere in mezzo alla schifezza del genere umano”, l’unica vera posta in gioco.

Jean-Claude Izzo
Il sole dei morenti
Edizioni E/O (Collana: Tascabili), 2012
pp. 239, € 10,00