Il teatro comico secondo Allegri

ph Alberto Bogo

Il teatro comico fu la prima delle sedici commedie nuove che Carlo Goldoni si impegnò a scrivere per l’impresario Gerolamo Medebach a partire dal 1750. Commedia metateatrale che mette in scena le prove di una compagnia impegnata nel terzo atto de Il padre rivale del figlio, essa è pietra miliare nel repertorio del commediografo veneziano e nella letteratura italiana. La Commedia dell’arte e il teatro del Mondo vi convivono infatti e Orazio, alter ego dell’autore, espone ampiamente l’idea di riforma goldoniana: il disprezzo per ogni precetto libresco e per la tradizione “secentista” e l’amore per il teatro vero, quello vivo che rappresenta la realtà, la commedia dei caratteri e non delle maschere. Fu una Riforma epocale per il teatro italiano moderno, probabilmente pari al passaggio nel Novecento dal cinema muto al sonoro. Orde di divi si adeguarono a un nuovo linguaggio cinematografico, a una recitazione completamente diversa, così come i commedianti dell’arte secoli prima iniziarono a mandare il testo a memoria, ad attenersi alle indicazioni di regia e a riprodurre non più gli archetipi, ma i tipi. Seppur non manchino le occasioni di comicità, che nasce proprio dal circospetto adeguarsi degli attori alle richieste del capocomico, la natura didascalica rende il testo necessario di adattamento e finezza di regia per non annoiare lo spettatore.

ph Alberto Bogo

Lo sa bene Eugenio Allegri, regista della versione andata in scena dal 19 al 21 novembre a Treviso e dal 24 al 28 novembre a Padova con Giulio Scarpati nel ruolo di Orazio e gli attori della PPTV (Produttori teatri professionali veneti). L’adattamento di Allegri punta a offrire un prodotto classico, rassicurante, di degna tradizione, come tanti altri visti sui palcoscenici del Teatro Stabile del Veneto in quanto al Goldoni maggiore, a nostra memoria, è sempre stata riservata un’attenzione particolare da parte del TSV che l’ha proposto negli ultimi anni in vesti mai troppo audaci, ma neanche pesantemente passatiste. Allegri vi fa vivere Venezia attraverso le proiezioni e i suoni di Alessandro Martinello, gli estratti dai Mémoires e i canti delle maschere, inserendovi elementi presi dall’Arlecchino servitore di due padroni sia nell’intermezzo culinario sia nel coup de théâtre finale che non sveliamo. L’ambientazione anni Trenta suggerita dalle scene e dai costumi di Licia Lucchese si intuisce anche dagli echi di guerra, dimensione brevemente accennata da rumori di scena ma non rilevante ai fini del sottotesto. Le quasi due ore filano lisce, grazie a un cast bene assortito (Grazia Capraro, Aristide Genovese, Vassilij Mangheras, Manuela Massimi, Solimano Pontarollo, Irene Silvestri, Roberto Vandelli, Anna Zago) e a un ritmo spigliato che vede in Giulio Scarpati il collante ideale tra i momenti comici e quelli didattici.

Applausi per tutti alla replica del 27 novembre al Teatro Verdi di Padova.

Luca Benvenuti