De Angelis continua a raccontare Napoli, e continua a farlo meglio, con più sentimento e maggiore ricerca dell’originalità rispetto all’immenso sottobosco della scuola campana – sempre pronto alla fioritura autunnale in occasione della Mostra del Cinema di Venezia – e alla sua serie di recenti tentativi invero non troppo fortunati. La realtà partenopea de Il vizio della speranza è tutt’uno con il fiume Volturno, che nel suo fluire circoscrive un ambito di mondo che della speranza non ha conoscenza alcuna.

Proprio a Venezia nella categoria delle Giornate degli Autori, quest’anno è stato proiettato Styx (opera seconda di Wolfgang Fischer, in corso per il Premio Lux), pellicola riuscita ma fredda, con cui l’ultimo lavoro di De Angelis ha più di un fattore in comune. Anzi, sarebbe più corretto dire che Il vizio della speranza è la versione adulta e sbocciata del film austriaco, per potenza della mise-en-scène, per ampiezza della riflessione. Il Volturno è un altro Stige, questo è il punto da cui partire, e Maria, la protagonista, è Caronte. La prima Maria, ragazza devastata da un abuso infantile e dalla vita estrema dell’inferno che percorre su e giù, traghetta prostitute nigeriane da una parte all’altra per permettere alla seconda, eroinomane, spietata, Maria, di arricchirsi con il traffico di esseri umani (e dei loro uteri). A scuoterla da questa sorta di torpore mistico nel quale sembra necessario avvolgersi per sopravvivere giorno dopo giorno, sarà una gravidanza inaspettata, quasi miracolosa considerando che lei era sicura di aver perso la capacità di procreare in seguito allo stupro: un avvenimento tale da far sgusciare attraverso la corazza di Maria un rivolo di quella speranza che dove essere bandita in un contesto del genere se non si vuole collassare.

Maria, miracolo, speranza, una concezione sorprendente (immacolata?), una donna di nome Fatima; l’ordine dei riferimenti è  religioso, e trasforma il film in un discorso che abbraccia la fede ma soprattutto l’atto di fede, come decisione ferma che sfida lo stato delle cose. Maria vuole il bambino, e ignora i consigli che le paventano un futuro imperniato su una gestazione difficilissima e che probabilmente si concluderà con la morte di parto, si aggrappa con tutto quel poco che ha – appunto – a una speranza. Questa serie di rimandi però rimane sempre piuttosto generica, provando a rifuggire l’eventualità di essere inquadrata in un orizzonte determinato. La fede è al centro, non una religione particolare, ed ecco quindi che liturgie inquinate da riti estranei si evolvono ancora nello scontrarsi con le tradizioni popolari, con la più triste superstizione che riesce a inglobare un che di sacro quando sbatte contro la morte, celebrata come fosse davvero una benedizione. Se Styx era una storia di immigrazione, Il vizio della speranza fa un passo in più e prova a spostare lo sguardo dalla politica all’esistenza. Esagera? Abbastanza, ma il coraggio con cui tiene la barra dritta in questo percorso non è una cosa di poco conto.

L’umanità e la difficoltà che aleggia intorno alla sua definizione acquisiscono rilevanza capitale nel prosieguo del film, interrogando i personaggi su come sia possibile restare umani in una realtà che sembra fuoriuscita da un scenario post-apocalittico, senza stato, senza istituzioni, senza diritti, dove la legge del più forte è la norma vigente e la saggezza coincide con la crudeltà. Ma di pari passo prende corpo in questa seconda metà di pellicola un assemblaggio progressivo di tutte le suggestioni accumulatesi nei primi cinquanta o sessanta minuti, dando vita a quella che è un imponente architettura allegorico-simbolica il cui nucleo consiste, senza dubbio, nella riproposizione di una nuova Natività. La terra dei fuochi si riscopre Betlemme proprio quando, però, la narrazione inizia a sfilacciarsi. Una particolarità, se si tiene ben presente il fatto che con il passare dei minuti si converge, a livello di scrittura, ma Il vizio della speranza vive più della tensione che ha saputo generare nei primi due terzi della propria durata, scemando poi verso un finale confortante e confortevole e non apparendo in grado di sostenere il peso della struttura narrativa fino alla fine.

In poche parole, sconta nella sua conclusione tutta quella retorica ammassatasi ai lati nella prima ora, paga il fio dell’aver voluto rimanere coerente a oltranza, liberando ambizioni intellettuali che non può soddisfare integralmente. A tenere in vita il film di De Angelis quando inizia a sgretolarsi un po’ tutto sono l’interpretazione di una mastodontica Pina Turco e una colonna sonora di un ipnotico che nel cinema italiano non si sentiva da parecchio tempo, certificando le abilità di Avitabile con un intrecciarsi ibrido di musicalità tradizionale e sonorità esotiche. Con Indivisibili, grazie al quale il regista aveva raccolto il favore della critica a Venezia 2016, condivide l’amore per la semplicità dal punto di vista tecnico (montaggio e regia sobri e con pochi svolazzi) ma soprattutto il desiderio di andare oltre, di osare per raccontare Napoli al di là del cinema dell’ultimo decennio. Questa volta con Il vizio della speranza De Angelis forse ha fatto il passo più lungo della gamba, però l’esito finale, al netto di una conclusione un po’ bolsa, rimane pregevole: se in principio l’avevamo definito un film adulto, forse dovremmo ammettere di essere stati un poco precipitosi; piuttosto si tratta di un film capace di esprimere il talento di un autore molto interessante ma non ancora nel pieno della sua maturità.