Improvvisazioni d’estate al Bru Zane

Credits Matteo De Fina

La serata proposta dal Palazzetto Bru Zane di Venezia sabato 19 giugno è stata senza dubbio inusuale nella forma e nella sostanza per chi conosce l’attività artistica del centro culturale francese. Improvvisazioni d’estate, concerto nato per l’Art Night del 2020 cancellato causa Covid-19, vede infatti impegnati il trio jazz Quai des Brumes e l’AMF String Quartet nel presentare Au bord de l’eau, il loro ultimo lavoro discografico.

Il trio Quai des Brumes, composto da Federico Benedetti al clarinetto, Tolga During alla chitarra acustica e Roberto Bartoli al contrabbasso, ha rivisitato in chiave jazz manouche il repertorio delle mélodies francesi del tardo Ottocento e primo Novecento. Il jazz manouche è uno stile musicale melodico cadenzato in cui primeggiano gli strumenti a corda. Fu Django Reinhardt a unire la tradizione sinti-Manouches al jazz americano. L’AMF String Quartet, composto dal primo violino Pierclaudio Fei, dal secondo violino Massimo Mantovani, dalla viola di Julie Shepherd e dal violoncello di Giacomo Crespan, nobilita e fornisce un fondamentale supporto alla parte melodica.

Il titolo non è casuale. Au bord de l’eau rimanda a una precisa stagione artistica-culturale, quella dell’impressionismo, periodo in cui la “scoperta” dell’acqua portò una nuova soggettività. Da Monet a Seraut, da Debussy a Fauré, la riproduzione dell’elemento liquido crea in pittura giochi di luce e nella musica sensazioni fuggevoli ma percepibili all’orecchio. I temi sono topoi della letteratura tra Ottocento e Novecento: la memoria (Ma Première Lettre, Chaminade), il rovinismo (Dans les ruines d’une abbaye, Fauré), la morte (Danse macabre, Camille Saint-Saëns e Chanson de la mort de Don Quichotte, Ibert), il wanderer (Le Voyageur, Fauré), solo per citarne alcuni. Benedetti, di cui il clarinetto sostituisce la parte vocale delle mélodies, presenta ogni brano spiegando come egli vi abbia dato una nuova veste ritmica e margini per l’improvvisazione. La Chanson d’automne di Hahn diventa un tango appassionato, non poi così lontano dall’originale. Nuit d’étoiles di Debussy è trasformato in un “brano africano” e Madrid un estroso assolo per contrabbasso. Trova ampio spazio nel programma la produzione di Cécile Chaminade: Ma Première Lettre sembra davvero uno standard, Viens, mon bien-aimé è riscritto con assonanze alla musica di Rota e alle atmosfere felliniane ed Écrin è riletto in chiave puramente swing con un riuscitissimo assolo di chitarra. Di Fauré, oltre Au bord de l’eau, ascoltiamo Dans les ruines d’une abbayeTristesseLydia Le Voyageur. Meno incisiva Les Anges di Satie, mentre l’autentica vena manouche si riconosce in Élegie tirée des Érinnes di Massenet. Pezzo forte della serata la Danse macabre di Saint-Saëns. Più seriosa la Chanson de la mort de Don Quichotte di Ibert, eseguita con clarinetto basso e bissata al termine.

Pubblico entusiasta, tutti a muovere i piedi o la testa a ritmo di musica, tanta è la voglia di ballare che tali arrangiamenti sprigionano. Pure i puttini di stucco del soffitto del Bru Zane avrebbero danzato. Peccato che, vista la bella stagione, l’evento non si sia svolto nel suggestivo giardino del Palazzetto, cornice perfetta per un concerto jazz estivo.

Luca Benvenuti