Non c’è due senza tre: con Le tre cicoriane Dario De Luca, regista e attore nonché anima, insieme a Saverio La Ruina, di Primavera dei Teatri, il festival che da ventisei anni si svolge a Castrovillari, conclude la sua fortunata trilogia sulla fiaba popolare calabrese, come lui stesso racconta: «Qualche anno fa, era il 2019, mi sono buttato a capofitto nelle fiabe della nostra Calabria, per provare a leggere meglio la nostra terra partendo dalle narrazioni popolari; per interrogarmi su noi stessi e capirci un po’ di più; per poter raccontare la Calabria al viaggiatore di domani senza essere oleografici e indulgenti con noi stessi; per cercare delle fiabe che potessero risuonare negli animi e nelle coscienze di un pubblico del Duemila. Da allora è nato un trittico alla riscoperta della fiaba calabrese e della tradizione orale popolare più in generale».
E infatti, dopo Re Pipuzzu fattu a mano (che ha debuttato appunto nel 2019 ed è stata ripresa al festival nel 2023) e I 4 desideri di Santu Martinu, «favolazzo» liberamente tratto dai fabliauxanonimi medievali Les quatre sohais saint Martin e Le sohait des vez e da sonetti erotici in calabrese del 1600, che ha visto la luce nel 2024, ora il progetto si conclude nel migliore dei modi appunto con queste Tre cicoriane.
La storia è semplice e allo stesso tempo piuttosto cruda: una madre con tre figlie, estremamente povere, vivono raccogliendo cicoria, che cresce spontaneamente nei campi. Un giorno la maggiore, Tirisina, scopre una botola tra l’erba e vi si cala all’interno. Purtroppo la casa sotterranea è l’antro di un orco, che la mette di fronte a una scelta: o mangia una mano umana oppure sarà lei stessa a essere mangiata. Teresina cerca di ingannarlo, ma l’orco scopre l’imbroglio e lei è condannata. La madre e le due sorelle rimanenti, disperate per la scomparsa, si mettono a cercare la ragazza per ogni dove. Così Concetta, la mediana, nella sua esplorazione, incappa nella stessa botola, e il suo destino ricalca quello di Tirisina (a lei viene offerto di divorare un braccio). La più giovane, Mariuccia, è anche la più scaltra delle tre: giunta a sua volta nella casa dell’orco, le viene ordinato di mangiare un piede, pena essere divorata. Lei pesta in un mortatio di bronzo questo piede fino a farne farina, poi inserisce il tutto in una calzetta e se la lega al ventre. Tornato a casa, l’orco chiama il piede e questi gli risponde si essere sulla pancia di Mariuccia. In questo modo si salva, sposa l’orco e vive ricca grazie ai suoi averi insieme alla madre e alle sorelle redivive.
Il fascino di queste fiabe teatrali in vernacolo proviene prima di tutto dalla materia che raccontano. Come sempre il genere, utilizzando il meraviglioso e l’inconsueto, tratta di temi ostici, che delineati in altra forma assumerebbero un peso drammatico probabilmente insopportabile. Solo l’incipit (che contraddistingue tutti e tre i lavori) ci permette di proiettare la mente in un luogo lontano e per questo in un certo senso rassicurante: «C’era na vota, na vota c’era». In quest’ultimo caso in primo piano sta la povertà del popolo, povertà che è una delle poche cose che si mantiene sempre uguale nel corso dei secoli, un po’ come l’inesorabilità della morte. Per questo i testi hanno un significato amaramente attuale, nonostante, come si dice, i tempi siano cambiati. Alla povertà ovviamente fa sempre da contraltare la violenza, l’ingiustizia e il sopruso. Ma in queste rappresentazioni tutto si tinge di canto, diviene rituale e restituisce memoria.
Un comune denominatore dei tre racconti è la declinazione al femminile, pur in forme molto diverse tra loro. In Re pipuzzu, «melologo calabrese per tre finali», la protagonista è Reginotta, che sdegnando i vari pretendenti decide di costruirsi da sé un marito su misura; nei 4 desideri di Santu Martinu la vicenda prende corpo e colore non tanto dalle grazie che San Martino concede al pecoraio, quanto alla volontà della coriacea moglie di lui, che pretende di partecipare alla scelta dei desideri, con l’inevitabile ed esilarante pasticcio che ne consegue; Nelle Tre cicoriane infine il deus ex machina è Mariuccia, che non solo ristabilisce lo status quo ma è responsabile dell’affrancamento di madre e sorelle dalla miseria.
Va notato il lavoro filologico che precede gli allestimenti: De Luca si è documentato sui testi originari, consultando il repertorio rappresentato dalle Fiabe e novelle calabresi (1929) di Letterio Di Francia, fine letterato nativo di Palmi e tra i massimi studiosi della novella italiana. Il quale, a sua volta, afferma di averle apprese «dalla viva voce di fanciulle e di donne del popolo, analfabete la maggior parte, e trascritte in dialetto calabrese». Due delle tre in questione, Re Pipuzzu fattu a mano e le recenti Cicoriane, sono state in un secondo tempo inserite nelle Fiabe italiane di Italo Calvino, rispettivamente con i titoli Il Reuccio fatto a mano e Le tre raccoglitrici di cicoria.
Un elemento peculiare dell’operazione di De Luca è certamente la lingua, che – come lui stesso ci spiega – è profondamente teatrale, e quindi frutto di una variegata mescolanza: «La lingua che utilizzo è una lingua calabrese inventata per la scena, un pastiche suggestivo, comprensibile nonostante tutto, che, come un organismo vivente in continua evoluzione e cambiamento, risente delle decine di influenze dialettali ricevute, nel mio percorso artistico, da autori e poeti calabresi del passato e contemporanei; con echi che vanno dalle lingue della pre-Sila a quelle delle Serre cosentine, fino a sonorità provenienti dai borghi calabro-lucani del Pollino».
Ma l’ingrediente irrinunciabile, il piatto forte è lui, Dario: truccato fino ad assumere le forme di una maschera, il nostro cantastorie cattura il pubblico sin dai primi istanti con la sua straordinaria forza di raccontatore. Le parole, che in qualsiasi altro contesto avrebbero potuto sembrare piuttosto impervie a chi non è del luogo, scivolano via veloci e godibili. Il mix tra mimica e affabulazione rende perfetto, come nei due capitoli precedenti, il fluire della narrazione. E anche questa volta, immancabile, torna la musica di Gianfranco De Franco, che più che accompagnare ribadisce, aumenta, esalta il tessuto verbale. E scoppiano gli applausi.








