Inaugurata “In Minor Keys“, 61° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, un’edizione molto attesa per tematiche e artisti coinvolti, un’impresa per il team curatoriale e lo staff di Biennale che hanno dovuto procedere senza la presenza chiave della curatrice – Koyo Kouoh – prematuramente scomparsa l’anno scorso. La curatrice era riuscita a sviluppare la struttura dell’esposizione e a maturare le scelte degli artisti, ma purtroppo non ha indicato a chi destinare i Leoni d’Oro alla Carriera, per cui quest’anno non saranno assegnati. Ulteriore attenzione e clamore hanno suscitato gli sviluppi delle recenti vicende politiche (globali, nazionali, finanche cittadine…), per cui la giuria internazionale dell’evento si è dimessa e La Biennale ha deciso di assegnare il premio per la miglior partecipazione tramite votazione popolare, ovvero dei visitatori.

Dunque, con l’animo in subbuglio abbiamo varcato l’ingresso dei Giardini e ci siamo immersi nella mostra centrale che, per fortuna nostra, ha fatto quello che dovrebbe fare una Biennale: stupire, incuriosire, far conoscere e ragionare. Risultato non semplice per un’esposizione che continua a crescere negli anni, presentando numeri che superano il centinaio: 110 partecipanti alla mostra principale, 100 le partecipazioni nazionali, per non parlare degli eventi paralleli in città. Altro record stabilito quest’anno è rappresentato dagli artisti invitati: molti giovani, donne e provenienti in buona parte da Africa, Asia, America.

In questa edizione di Biennale Arte la facciata del Padiglione Centrale rivela subito la scelta di concentrarsi su una dimensione più umana. Le colonne centrali sono avvolte da pareti di mattoni, su cui sono fissati dei contenitori di vetro dalle forme organiche che al loro interno ospitano piante, installazione ad opera di una delle più promettenti artiste africane: Otobong Nkanga, non a caso il filo conduttore e salvifico delle piante ci accompagnerà per tutta l’esposizione.

Ma questa dimensione domestica viene subito messa in discussione dall’irruzione della storia nella soglia di casa. Ci accolgono all’ingresso del padiglione due vistosi costumi di piume e perline, realizzati da Big Chief Demond Melancon. Sono abiti che racchiudono una trama complessa, ovvero la gioia del Mardi Gras di New Orleans (da dove l’artista proviene), il ricordo della schiavitù nei campi di cotone e l’aiuto offerto dai Nativi agli schiavi africani.

Partenza dunque in salita, con la splendida sala Chini che per un attimo sembra faticare a superare stereotipi ancestrali. Ma, trattandosi della sezione Shrines/Santuari, le opere esposte rimandano a qualcosa di antico e profondamente radicato, come i personaggi di terracotta di Seyni Awa Camara. Inoltre, questa sala iniziale è un omaggio di Koyo Kouoh ai due artisti Issa Samb (1945-2017) e Beverly Buchanan (1940-2015), oltre che al mitico Marcel Duchamp.

Dopo questa introduzione, l’attenzione del visitatore è catturata dall’installazione dell’artista cubano-americana Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak, che nella sala più ampia del padiglione ricreano un piccolo giardino favoloso e surreale di sculture in vetro e metallo poste davanti ad un quadro che ritrae proprio Kouoh, prima curatrice africana della Biennale e Toni Morrison, prima afroamericana premio Nobel per la letteratura, entrambe colte con uno sguardo di gioia e speranza per il futuro.


Non ci sentiamo di contraddire questa visione, molti sono infatti gli artisti che presentano delle opere interessanti.
Dalle tele del giovane Manuel Mathieu alle leggiadre ma dense creazioni di Alexa Kumiko Hatanaka, passando per Wangechi Mutu a cui bastano tre rami, piume e stoffa per imbastire un’epopea mitica. Incredibile il lavoro di Ebony G. Patterson, che pur nell’esagerazione di perline, stoffe luccicanti e pajette riesce ad esprimere un’epica familiare attraverso il ricamo.
Gli artisti utilizzano senza remore ogni tipo di materiali: moltissimo tessuto, ma anche terra, piume, vetro, resina, carta, capelli… perché hanno la straordinaria capacità di pre-vedere l’opera nel materiale.

Altro fattore interessante che emerge lungo le sale della mostra è la commistione di elementi surreali e narrazioni reali, cioè la convivenza di tematiche come le migrazioni, la schiavitù, l’emancipazione con miti e rituali dei popoli.
I collage cittadini di Mohammed Joha e la ricerca storica di Walid Raad dialogano con i ritratti di Tammy Nguyen e le scene di vita vissuta di Sohrab Hura, le delicate creazioni di Vera Tamari sono in sintonia con le tele poetiche di Kambui Olujimi, mentre i disegni di Sabian Baumann ci preparano alla danza cosmica di Edouard Duval Carrié.


Al tempo stesso i problemi della realtà non vengono taciuti, di femminismo si occupa da sempre Yoshiko Shimada, così come l’irlandese Alice Maher, mentre desta una forte impressione sia l’installazione di Marcia Kure che il video e le sculture in sapone di Buhlebezwe Siwani. Altro tema molto presente nelle opere in mostra è il colonialismo, ad esempio Pio Abad lo affronta in disegni dettagliati, Adebunmi Gbadebo lo nasconde in un’installazione apparentemente poetica e Sammy Baloji decide di ripercorrere le pagine della storia attraverso i collage.

Nonostante gli argomenti trattati, concludiamo questa prima parte della mostra senza sentire il peso delle ore trascorse, incuriositi anzi dal lavoro di questi artisti.
Un risultato che forse non era riuscito ad ottenere due anni fa Pedrosa con “Stranieri Ovunque”, volendo presentare per la prima volta molti artisti provenienti dal “Sud del Mondo” aveva in un certo senso “musealizzato” La Biennale, rendendola in realtà una sfilata del passato.
“In Minor Keys” funziona perché presenta artisti meno conosciuti, ma che sicuramente sanno comunicare al visitatore la vitalità dell’arte e le sue grandi potenzialità.







