Così lontana, ma familiare al tedesco quanto all’aborigeno, la Luna è da sempre soggetto assai frequentato in ogni cultura. Amata da Giacomo Leopardi, esplorata da Jules Verne, accecata da Georges Mélies, diventa nell’operetta Frau Luna di Paul Lincke il mondo dell’utopia dove sbarcano quattro spaesati cittadini, per scoprire che quanto vi accade non differisce dagli eventi terreni e, quindi, non c’è posto migliore di casa. Nata come atto unico, Frau Luna debuttò il 1 maggio 1899 all’Apollo Theater di Berlino, riscuotendo ampi consensi e consacrandosi prima vera operetta di scuola berlinese. Fu rimaneggiata più volte fino alla versione finale di Mondrevue in due atti nel 1922 con l’aggiunta di brani della produzione di Lincke, tra cui la celebre “Berliner Luft”, inno non ufficiale della città e poi anche marca di un liquore. Il linguaggio musicale, seppur risenta della tradizione dei valzer, polke e quadriglie dell’operetta viennese, restituisce il tradizionale Witz della capitale tedesca, distinguendosi per una vivacità continua, dinamica e inaspettata. E’ la celebrazione della Berlino di fine secolo, dove il progresso tecnologico galoppava fervido a passi rapidissimi e di questo sviluppo ne fanno eco le numerose marcette, arie come “Im Expreßballon” e altri riferimenti, anche onomatopeici, nel libretto di Heinz Bolten-Baeckers.

Nella visione di Otto Pichler e Jan Freese, rispettivamente regista e scenografo dell’allestimento del Tiroler Landestheater, il grigiore della routine domestica contrasta con le atmosfere scintillanti del mondo lunare. Dopo un breve Volkslied tirolese, giusto per ricordarci dove siamo, nel primo atto, intimo e notturno, i personaggi ruotano attorno all’astronave di Steppke e ricordano qualcos’altro: Super Mario, i fratelli Marx, Claire Waldoff, Hairspray. Su “Luna Land” l’atmosfera si fa, invece, più colorata e frizzante sotto l’onnipresente cielo stellato. C’è tanta Las Vegas e pailettes, con Prinz Sternschnuppe e Venus novelli coniugi Presley, Theophil simil Bela Lugosi in Dracula e Frau Luna vaporosa negli ampi vestiti dagli svolazzi vaporosi in stile Marlene Dietrich, creati dalla fantasia del costumista Falk Bauer. Spassose le coreografie dello stesso Pilcher che nella seconda parte costituiscono il grosso del lavoro. I personaggi rimangono su un piano generico di approfondimento, ma il regista si sbizzarrisce con Mondgroom. Originariamente mezzosoprano, qui ha le fattezze maschili di Jens Krause che passa senza problemi dai pantaloni alla gonna, confermandosi l’elemento più comico e riuscito del cast. Nel complesso, l’operetta burlesque-fantastica è occasione di divertissement, di creatività personale che non disdegna di includere citazioni wagneriane, straussiane (Richard) e da Musorgskij – francamente fuori luogo – divertendo il pubblico.
Hansjörg Sofka, volendo snellire il suono, propone una versione per orchestra ridotta, ma è un peccato perché è proprio nella pienezza della massa sonora che si apprezzano le invenzioni melodiche di Lincke e qui l’effetto è più da musical che da operetta. La direzione è comunque sempre sobria e attenta alle voci, purtroppo microfonate. Il Tiroler Symponieorchester risponde con ottima verve e impeccabile attenzione, come altrettanto fa il Chor TLT, preparato da Michel Roberge.



Nel ruolo eponimo c’è l’algida Susanne Langbein che conferisce al personaggio una palese sensualità da vamp unita a una linea di canto discreta, facile all’acuto. Jennifer Maines è Pusebach mercuriale, a cui viene affidata „Es war einmal“ da Im Reiche des Indra cantata al microfono come in uno show, trovata piuttosto scollegata dal contesto. Camilla Lehmeier, veterana del TLT, nei panni di Stella, può contare sulla voce argentina e riesce bene nel malizioso duetto “Schenk mir doch ein kleines bißchen Liebe”. Le fa da spalla il Theophil sornione di Erwin Belakowitsch. Doppio ruolo per Anastasia Lerman, sia Marie, ben risolta nella cullante “Schlösser, die im Monde liegen”, che Venus séduisant. Puntuale il Mars di Abongile Fumba. Funziona ottimamente il trio Steppke-Lämmermeier-Pannecke, rispettivamente Florian Stern, Julien Horbatuk e Michael Gann. Il Prinz Sternschnuppe di Andrea De Majo punta sull’atletica giovinezza, ma siamo lontani dal tipico tenore lirico richiesto dal repertorio.
Successo caloroso alla replica del 28 settembre, sulle note festanti di “Berliner Luft!”.
Luca Benvenuti






