La musica del Jack Quartet al Teatro Verdi di Pordenone
L’arrivo al Teatro Verdi di Pordenone del Jack Quartet, il quartetto di musica contemporanea più in vista sulla scena internazionale, era atteso sin dal suo annuncio alla conferenza stampa di inizio stagione tenuta dal consulente artistico Maurizio Baglini. Se da un lato la presenza dei quattro musicisti era destinata a completare l’integrale dei Quartetti di György Ligeti inaugurata dal Quartour Van Kuijk, dall’altro il concerto ha segnato l’ultima occasione per poterli ascoltare in Italia, inserendo Pordenone tra le capitali del loro tour.
Dediti esclusivamente alla musica d’oggi, il Jack Quartet unisce il più raffinato virtuosismo a un’immagine fresca e di tendenza. Nonostante la loro preparazione musicale consenta di rendere appassionante all’ascolto persino l’elenco del telefono, in totale controtendenza rispetto alla prassi odierna i loro programmi accomunano unicamente capolavori del secondo Novecento a nuove opere di riconosciuta qualità musicale. È questo il caso del Primo Quartetto di Zosha di Castri, giovane pianista e compositrice canadese praticamente sconosciuta in Italia, la cui musica si alimenta della gestualità degli interpreti tra suadenti esplorazioni timbriche ed efficaci giochi ritmici, il tutto inquadrato all’interno della prorompente caratterizzazione teatrale circoscritta dal palcoscenico del Verdi. Dopotutto questi temerari musicisti godono di un’intesa perfetta quanto naturale, come dimostra la loro interpretazione del Secondo Quartetto di Ligeti, estremamente attenta alla minima indicazione e ricca di espansioni dinamiche riconducibili a un respiro comune. La loro capacità di piegare gli strumenti alle necessità espressive di queste pagine è semplicemente sorprendente, tanto nei passaggi di sonorità piena quanto nei pianissimi, riuscendo a raggiungere con disinvoltura la soglia minima di udibilità. Nondimeno sul versante ritmico, il cui afflato esecutivo si eleva al virtuosistico Studio del pizzicato contenuto nel terzo movimento, non a caso intitolato Come un meccanismo di precisione.
La seconda parte del concerto si è concentrata sulla capacità del Jack Quartet di condurre brani ideati in un movimento unico. Se le delicate sonorità richiamate al passaggio della breve ballata medievale Angelorum Psalat, qui nella trascrizione effettuata dal primo violino del quartetto, hanno infuso un clima cerimonioso adatto a ricordare quanto la musica del presente sia debitrice dell’esperienza del passato, il Quartetto n. 1 di Elliott Carter cela una reale prova di tenuta da parte dei musicisti. Strutturato in quattro diversi movimenti, il brano in realtà si presenta all’ascolto in un’unica arcata. Al suo interno sgorgano una serie di elementi che si autoalimentano in figurazioni sempre più piccole e finemente connesse, qui consegnate alla più spiccata sensibilità. Un programma sicuramente intenso che ha saputo catturare una platea incuriosita e pronta a manifestare il suo apprezzamento al termine di ogni pezzo.