La storia non si ripete ma fa rima con sè stessa” (Mark Twain)

Il sesto lungometraggio dell’iraniano Houman Seyedi è un dramma cupo con sprazzi di indimenticabile sarcasmo.

Shakib è un lavoratore a giornata senza fissa dimora, non ha mai superato la perdita di sua moglie e suo figlio in un terremoto anni fa. Ha una relazione con una prostituta sorda e muta, Ladan. Un giorno viene assunto per lavorare in un cantiere che poi si rivela essere il set di un film sull’Olocausto. Per una serie di circostanze (alcune non sempre plausibili), gli viene assegnato un ruolo, e nemmeno di secondo piano; questo comporta anche il diritto ad avere un tetto sulla testa. Ma nel frattempo le cose non vanno bene a Ladan, che risulta essere una donna sola. Convince Shakib ad ospitarla, anche se questo è contro ogni regola del set; e un po’ come la tragedia messa in scena, la vita di Ladan e Shakib viene messa in pericolo da uomini senza scrupoli.

Oppressione e redenzione sono i due temi su cui si sviluppa questa storia che sul finire pecca nel non saperli gestire rischiando di implodere nel suo divenire caotica.
Resta un’opera molto interessante, splendidamente interpretata.
La citazione iniziale di Mark Twain su cui si apre il film è riassuntiva: i tempi possono cambiare, ma i modi in cui si esercita il potere rimangono gli stessi, differenze di classe comprese.