“Journey to the shore” di Kiyoshi Kurosawa

Kiyoshi Kurosawa ritorna a girare in Giappone dopo la parentesi russa di Seventh Code e presenta nella sezione Un certain regard della 68ª edizione del Festival di Cannes Kishibe no tabi, ispirato al libro Viaggio verso l’altra riva di Yumoto Kazumi.

Mizuki è una donna che si mantiene insegnando pianoforte ai bambini ma che dopo tre anni dalla morte per annegamento del marito Yosuke ancora non è riuscita a superare la perdita. Quando questi ritorna come uno yokai, spirito che appare come un normale essere umano ma che la natura delle cose vuole che sparisca dopo aver detto addio alla sua vita terrena sistemando le questioni irrisolte, Mizuki acconsente a seguirlo in un breve viaggio al fine di passare ancora un po’ di tempo assieme per poi salutarsi definitivamente.

Se molti alla visione del film hanno gridato alla novità nel modo di fare cinema del giapponese, egli non è nuovo a sperimentazioni di questa cifra. Kurosawa ha cavalcato involontariamente l’onda del successo di Ringu di Nakata, affermandosi con Kairo nel 2001, quando in realtà ha sempre fatto molto di più. Se è vero che Ringu ha riscosso enorme successo permettendo al genere di arrivare in Europa e in America, comunque Kurosawa aveva lavorato sul J-Horror negli anni ’90 più di una volta e ne ha confezionato il film-manifesto, ovvero Cure. Ma già nella prima decade del duemila aveva più volte virato bruscamente, adeguando il dramma puro alla sua poetica, con Bright Future o Tokyo Sonata.

Kishibe no tabi è una sincrasi fra le varie tappe del suo cinema finora, da un lato nuovo, dall’altro semplice rielaborazione. Questa volta ritorna l’elemento sovrannaturale che però non è fonte di paura, ma è rassicurante, dolce, e serve a una donna per ritornare a vivere in pace, in relazione a un contesto umano e melodrammatico. Quando Yosuke ricompare, Mizuki non pare nemmeno stupita di vederlo nuovamente, come se attendesse fiduciosa il ritorno del marito, perché accompagnare i cari verso la morte fa parte della cultura giapponese e il ciclo naturale non sarà mai completo senza che questa condizione venga soddisfatta. Lo scoramento era dovuto all’attesa, e non alla mancanza, quindi Kurosawa ribalta subito le aspettative con questo incipit placido ma folgorante e inizia subito a trascinarci in un labirinto metaforico e non, che nel corso della pellicola si sdoppia tra i ricordi felici della vita di coppia prima dell’incidente e gli ultimi momenti che i due passeranno assieme.

Il nostro quindi racconta ancora il lutto e lo fa accostando un’estetica precisa alla struttura tipica del road movie, che vede Yosuke ringraziare tutte le persone che l’hanno accolto fino a quando i due non arriveranno dall’altra parte della costa dove Yosuke è annegato. In questo senso il film è un percorso di formazione al contrario, ovvero un’introiezione della perdita talmente intensa da diventare melodramma: mai in un film di Kiyoshi Kurosawa v’era stata una tale preponderanza dell’elemento romantico, così puro perché i due conoscono già il proprio destino. Quello che fa il regista è creare una sorta di limbo nel quale i due personaggi sono liberi di rivivere le proprie vite, in una sorta di eterno ritorno in cui il saluto finale al marito si fa metafora della malattia, della crescita, della ripresa dopo Fukushima, del Giappone moderno.

Questa forma eterea di espressione è veicolata grazie a una regia fluida e dinamica. Nonostante i tempi dilatati (talvolta anche troppo) la mdp di Kurosawa accompagna i due protagonisti seguendoli da lontano e lambendoli costantemente, accompagnata da un montaggio costituito quasi esclusivamente di dissolvenze. Non inquadra mai un piede (fatta eccezione per l’incipit) per dare una sensazione di leggerezza generale e di uno spazio con pochi connotati fisici, che le luci riescono a risaltare in maniera tale da far sembrare i personaggi bidimensionali, grazie al contrasto tra colori caldi e freddi insistito e affatto pesante. Se però la potenza visionaria del film non si discute, non si può nemmeno negare che il fulcro del tutto sia parecchio zuccheroso, talvolta eccessivamente serio per ciò che comunica, al punto che il film si fa a tratti decisamente non interessante, e perfino ingenuo e banale, a livello di sviluppo dei personaggi.

In conclusione, Kishibe no tabi è un film che sicuramente serviva al regista per completezza nel suo percorso, ma che pur non avendo troppo da dire in generale, è elevato dalla gestione di Kurosawa che riesce nobilitarlo adattandolo alla propria poetica. È sicuramente una sua opera minore e se non fosse inserita nel contesto della filmografia dell’autore risulterebbe anche talvolta faziosa. Quindi, dissociandosi dal genere da cui parte, è un film da vedere solo per quanti apprezzano Kiyoshi Kurosawa.

Titolo originale: Kishibe no tabi
Nazione: Giappone
Anno: 2015
Genere: Drammatico, Fantastico, Romantico
Durata: 127′
Regia: Kiyoshi Kurosawa

Cast: Ri Fukatsu, Tadanobu Asano

Data di uscita: Cannes 2015

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