William O’Neal (LaKeith Stanfield) è un ladro di automobili che ha due possibilità davanti a sé: scontare un tempo indeterminato in prigione o accettare di diventare un informatore dell’FBI, infiltrandosi nella cerchia di Fred Hampton (Daniel Kaluuya), il leader delle Black Panther dell’Illinois, e guadagnandosi la sua fiducia. Questa è la proposta che gli viene messa sul tavolo dall’Agente Speciale Roy Mitchell (Jesse Plemons).

Siamo alla fine degli anni 60 a Chicago. Questa è la storia, un po’ romanzata, ma feroce e complessa di Juda e il Messia nero.

“Un distintivo fa più paura di una pistola” ammette O’Neal (Stanfield) durante l’interrogatorio dopo essere stato arrestato per furto d’auto ed essersi fatto passare per un agente dell’FBI, prima di essere arruolato da Mitchell.

O’Neal si ritrova attratto dagli obiettivi e dagli ideali del partito, anche se è abbagliato dalla prospettiva di vivere la bella vita, che Mitchell gli fa balenare nel suo immaginario.

Nella sua mente prende vita un dilemma profondo e devastante. Dove è il Bene e dove il Male? Perché in gioco ci sono i diritti civili; e la sua missione è affossare Hampton e Le Pantere con ogni mezzo, come comanda il Direttore dell’FBI J. Edgar Hoover (Martin Sheen)?

L’influenza politica e la militanza di Hampton è in forte ascesa. La carismatica figura di questo Messia nero è inaccettabile per i vertici del Bureau.

È proprio al nemico giurato del comunismo e dei militanti afroamericani visti come la più grave minaccia interna alla sicurezza nazionale – Hoover – che si riferisce parte del titolo “Black Messiah”. Hampton aveva 21 anni quando fu ucciso in un raid della polizia il 4 dicembre 1969.

Ispirato a eventi realmente accaduti, Judas and the Black Messiah è diretto da Shaka King (classe 1980), all’esordio con un lungometraggio per una major.

La sceneggiatura, scritta da King e Will Berson, è un complesso di strati che non manca di trappole e paradossi. La regia di King è più frenetica che fatta di suspense, tuttavia sa dare spazio, senza essere invadente, a dolore e rabbia.

Ma se usciamo dalla letteralità della storia e la osserviamo nel suo complesso, beh allora si resta con il fiato sospeso come se fosse un thriller.

Al centro di Judas and the Black Messiah ci sono due performance sensazionali di Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield.

Perché siamo di fronte ad un dramma politico, che brucia nel suo essere attuale, metodico nella messa in scena. Intreccia la trama all’intervista (vera) rilasciata da O’Neal nel documentario (1989) Eyes on the Prize II della PBS al lavoro di ricostruzione storica dove rimbomba la frase di Hampton “Puoi ammazzare un rivoluzionario, ma non la rivoluzione. Puoi ammazzare chi lotta per la libertà, non la libertà. Io vivo per il popolo, amo il popolo”.

Candidato a 6 Premi Oscar, da oggi 9 aprile sarà disponibile sulle principali piattaforme: Time Warner, Amazon Prime Video, Apple Tv+, Youtube, Google Play, TimVision, Rakuten.

Il direttore della fotografia, Sean Bobbitt (“12 Years a Slave”, “Widows”),
lo scenografo Sam Lisenco (“Shades of Blue”),
il montatore Kristan Sprague (“Random Acts of Flyness”)
la costumista Charlese Antoinette Jones (“Raising Dion”)
le musiche sono di Craig Harris e Mark Isham.