Denis è stato abbandonato dalla madre quando era appena nato. Nell’orfanotrofio dove è cresciuto gode di una certa popolarità, in quanto ha una anomalia congenita grazie alla quale non sente praticamente dolore. Dopo anni di vita trascorsa lontano dal mondo, un giorno la madre torna a prenderselo. Ma il suo non è propriamente un gesto animato dall’amore disinteressato.

Ivan Tverdovskij giunge un po’ appannato al suo terzo lungometraggio. Dopo Corrections Class e soprattutto il surreale Zoologija, ci si aspettava forse la prova del nove che confermasse le sue qualità originali ma al contempo sistemasse alcuni eccessi e sbavature narrative del trentenne moscovita. Invece, purtroppo, questo Jumper mette in risalto alcune inadeguatezze di scrittura e una certa qual confusione nel definire i toni narrativi, sospesi fra il metaforico e il sociologico.

È come se il regista qui recuperasse e mixasse alcuni motivi dei suoi due film precedenti: l’anomalia fisica che diventa (illusoriamente) un punto di forza e di scoperta del sé, l’adolescenza come momento critico, tanto più se vissuto in un contesto familiare disfunzionale, la durezza del “mondo esterno” nei confronti degli umili di cuore. Ma purtroppo questa volta sembra esagerare con certe velleità di critica sociale che risultano essere molto più nelle corde di altri autori, come ad esempio Andrej Zvjagincev. Si pensi infatti alla dura accusa sferrata in Leviathan nei riguardi dei potenti corrotti e del marcio sistema giuridico russo, ma vi si aggiunga un pizzico del tocco nervoso e aggressivo di un Serebrennikov (Parola di Dio), il tutto mischiato in modo un po’ raffazzonato con la durezza dei toni di uno Jurij Bykov (Major). Il tutto rimane un po’ indigesto anche per via delle sue esagerazioni critiche: troppo insistito l’attacco al sistema giuridico, in mano a una gang di giovanissimi procuratori e avvocati che sembrano l’ultima generazione sopravvissuta di un post-atomic movie in cui tutti gli anziani sono morti; troppo poco credibile la storia di amore quasi incestuoso fra madre disadattata e figlio naif; troppo monocorde l’immagine di corruzione imperante nella polizia russa. Si dirà che Tverdovskij ha qui volontariamente usato un approccio anti-mimetico, anti-utopico, ma purtroppo i procedimenti stranianti mal si innestano in una vicenda fin troppo concreta di delinquenza comune.

Denis ha infatti una soglia del dolore molto alta, una sorta di analgesia quasi completa che da punto di forza nell’orfanotrofio si trasforma in qualità molto appetibile per l’underground criminale della Mosca di oggi: come è stato anche analizzato in reportage giornalistici, in Russia e altrove non sono rari i casi in cui alcuni incidenti stradali sono causati da organizzazioni a delinquere a fini estorsivi. Il Denis che sfrutta la sua resistenza fisica per “buttarsi sotto” (da qui il titolo originale “Pod-brosy”) le auto in corsa di ricchi businessmen dovrebbe rappresentare sia la rielaborazione artistica di una distorsione sociale (Tverdovskij partiva dall’idea di girare un documentario sul tema), sia un esempio simbolico dell’inadeguatezza esistenziale delle nuove generazioni putiniane, cresciute immerse nel brodo di coltura dell’illegalità, vista come chance di rapida auto-affermazione e incentivata da un certo permissivismo morale.

In ultima analisi poi neanche i timidi accenni alla tradizione del supereroe riescono ad elevare questo film al di sopra del tentativo incerto di combinare riflessione sociologica e dramma familiare/esistenziale, e il tutto si riduce appunto a un salto nel vuoto da cui il volenteroso Tverdovskij esce un po’ con le ossa rotte.