Dopo un’edizione saltata a causa del Covid, riprende con slancio il festival ceco di Karlovy Vary, che probabilmente soffrirà della mancanza di alcuni serbatoi di critici che di solito vengono qui numerosi (pensiamo ad esempio alla rappresentanza russa, che dovrà fare i conti con vaccini non omologati dalla Comunità Europea, oltre che a tutti i vari colleghi extra-europei), ma che sulla carta si presenta comunque a livelli di interesse e ricchezza d’offerta prepandemici. L’inaugurazione, tanto per dire, ha visto una folla entusiasta acclamare uno dei tanti ospiti anglosassoni di rilievo, Sir Michael Caine, che ha ricevuto il Globo di Cristallo alla carriera.

Due, come sempre, le sezioni competitive, quella principale in cui dodici lungometraggi concorreranno per il Globo di Cristallo, e la sezione geograficamente connotata di “Ad est dell’ovest”, che raccoglie per lo più pellicole provenienti dai paesi dell’ex-blocco sovietico. Nella prima notiamo subito un elemento importante, la presenza in concorso di alcuni documentari, che a memoria rappresenta una novità assoluta per il festival ceco, mentre un po’ come a Cannes e a Venezia è stato giocoforza per i selezionatori dare ampio spazio ai nomi di casa (i film con produzione almeno parzialmente ceca in concorso sono 4).

Karlovy Vary non ha mai puntato su nomi altisonanti nella competizione principale, privilegiando in generale le scoperte e le generazioni più giovani, e anche quest’anno potrebbero riservare sorprese il serbo Stefan Arsenijevic, con il suo apologo sulle moderne migrazioni Strahinija, o il film francese Guerres, dedicato ad una ragazza che decide di entrare nell’esercito, o ancora la tedesca Lisa Bierwirth con il suo Principe, riflessione sull’incontro amoroso fra Europa e Africa. Dalla pattuglia ceca ci aspettiamo molto dal Saving One Who Was Dead di Vaclav Kadrnka, che ci stupì qualche anno fa con il suo fulgido Little Crusader, mentre cechi sono proprio i due documentari in concorso summenzionati, ad opera di Erika Hnikova e Miro Remo. Nomi non proprio celebri, ma basandoci sulla nostra esperienza diretta di una decina di edizioni alle spalle, possiamo prevedere che la qualità media sarà buona, e che molte scommesse su autori emergenti riserveranno grosse soddisfazioni. Quasi sempre presente un italiano in concorso qui in Cechia, e questa volta tocca al Claudio Cupellini de La terra dei figli. La Giuria principale è guidata da Benjamin Domenech, argentino che ha prodotto anche Zama di Lucrecia Martel, che sarà coadiuvato fra gli altri dal regista greco Christos Nikou, notato ad “Orizzonti” per il suo Apples, e da Christoph Terhechte, per anni direttore del “Forum” berlinese.

Seguendo necessità e svolte (a parere di chi scrive) virtuose di altri festival svoltisi negli ultimi dodici mesi, anche Karlovy Vary ha leggermente concentrato e sintetizzato la sua offerta di Sezioni collaterali, che rimangono comunque interessanti: si veda un omaggio alla “Film Foundation” di Scorsese, con la presentazione di una decina di film recentemente restaurati dalla preziosa istituzione (si va da Cassavetes a Cukor passando per Edward Yang e alcuni classici africani), mentre per gli interessati (io in primis) manca, è vero, la tradizionale sezione collettiva che riuniva tutti i più recenti film cechi, ma moltissimi si possono recuperare nella sezione “Special Screenings”. Molto interessanti sembrano, ad esempio, il biopic Zatopek di David Ondricek, sul grande campione olimpico cecoslovacco, o la prima prova a disegni animati di Michaela Pavlatova, My Sunny Maad, attualissima con la sua storia di una donna europea sposata con un afghano e trasferitasi a Kabul, o ancora una ricostruzione dell’invasione sovietica di Praga del 1968 basata su documenti filmati finora inediti, Ricostruzione dell’occupazione, di Jan Sikl.

Insomma, di materiale da godere e da discutere ce n’è, trarremo le somme fra qualche giorno a premi consegnati.