domenica, Giugno 7, 2026
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“King of the Belgians” di Jessica Woodworth e Peter Brosens

Nicolas III, re del Belgio, si trova ad Istanbul in missione diplomatica per discutere dell’eventuale entrata del grande paese musulmano nella Comunità Europea. Inaspettatamente, però, si trova ad affrontare l’uscita del proprio paese dal consesso degli stati democratici, quando la Vallonia approfitta della sua assenza per dichiarare l’indipendenza e cancellare di colpo il piccolo stato dalle mappe geografiche.

Quella di Jessica Woodworth & Peter Brosens è la farsa che non ti aspetti su quel conglomerato complesso di aspirazioni (qualcuno vuole entrarci ma non è gradito ospite) e repulsioni (qualcun altro c’è dentro, ma vuole uscirne) chiamato Unione Europea. Se la Brexit e altre malcelate (e mal fomentate) spinte alla fuoriuscita dal seno materno un po’ soffocante della UE ci hanno raffreddato gli animi rispetto a una (dis-)unità continentale che spesso si limita a direttive economiche, pur tuttavia non dimentichiamo che Turchia, Serbia ed altri stati situati nel sud-est europeo spingono invece al contrario a vario titolo per diventare nostri “fratelli di sventura”.

E chi se non un autorevole esponente belga, ossia di quel paese nella cui capitale si trova il cuore pulsante della burocrazia decisionistica pluristatale, poteva darci un interessante chiave di lettura unificante? (o, forse, definitivamente disgregante?).

È dunque un re del Belgio un po’ legnoso e buffo anzi che no (si veda la fisicità invadente, eppur trattenuta del protagonista Peter Van Den Begin, “statua” di quasi due metri con tanto di orecchie a sventola) a rappresentare quell’“autorevole esponente”, a farsi trait d’union di desideri, paure e sospetti che con la inevitabile approssimazione stereotipata del genere fanno dialogare rappresentanti caricati e un po’ schematici dei paesi di cui sopra, sullo sfondo delle due direzioni, una centripeta e l’altra centrifuga, che potrebbero in futuro modificare ulteriormente il numero degli stati membri.

Se l’elemento scatenante è una non del tutto fantascientifica dichiarazione d’indipendenza della Vallonia dalle Fiandre (memori di ultime secessioni e spinte disgregatrici, ormai non ci stupiremmo neanche più di tanto…), al di là dell’impostazione incerta fra il mockumentary di ricostruzione e l’improbabilità di certi snodi narrativi tragicomici, ci rimane sulle labbra un sorriso dolce-amaro causato dalle peripezie di un classico rappresentante delle un po’ attempate e anacronistiche monarchie del vecchio continente in mezzo a popoli “barbari”, i quali (va detto) forse non riceveranno la migliore réclame europeista da un film che (pur con tutte le licenze comiche di una caricatura farsesca) dipinge e rievoca i “Balcani” come luogo di disordine e apocalisse valoriale tout court.

Qual è dunque, infatti, il problema principale di questo Re dei belgi? Lo spieghiamo con un esercizio di capovolgimento: se a girarlo fossero stati uno staff serbo-albanese o giovani registi turchi armati della più sottile auto-ironia forse la riflessione avrebbe colto per forza di paradosso ed estremo rispecchiamento dei punti nodali leggermente più pregnanti. Qui invece, pur fatta salva la smaccata presa in giro delle claudicanti e incartapecorite istituzioni belghe, rimane un po’ la sensazione di un atteggiamento di superiorità compiaciuta anzi che no, da parte di osservatori/entomologi che, fingendo di spingere sui pedali della caricatura e della satira, tendono invece ad abbracciare senza filtri un discorso di reale valutazione socio-politica.

Se le cantanti bulgare incontrate dal re belga nel suo tentativo di fuga lungo i Balcani sono al limite della macchietta da Elio e le Storie Tese (ricordate il suo flirtare con le “Voix bulgares”?), è poi nella rappresentazione prevedibile dell’“aggressività” serba e dell’“arretratezza medievale” dell’Albania che il gioco funziona poco e il giocattolo si rompe, o per lo meno smette di divertire.

Per capirci, se le premesse sono assurdiste e paradossali, se per soprammercato Woodworth e Brosens inquadrano anche la storia in una cornice di finto documentario (il regista inglese che pone di sghembo la mdp per ricordare che sta girando un ritratto su commissione dell’imbranato monarca), tanto più si avverte lo scarto quando i modi con cui ci viene presentata la figura del cecchino serbo o il poliziotto albanese sono tutt’altro che farseschi. E’ soprattutto l’ex sniper delle truppe nazionaliste che convive serenamente con il proprio passato di assassino che mal si sposa con l’assunto comico del film nel suo complesso.

Altre volte poi gli autori sembrano snocciolare ulteriori luoghi comuni senza troppa convinzione, quasi come se essi fossero tappe obbligate di una autorappresentazione apotropaica (le leggere differenze fra valloni e fiamminghi, ca va sans dire, a dimostrare che in fondo è meglio se rimangono insieme…), e purtroppo a lungo andare la vis comica sembra avere poco slancio e diventa ben presto inerziale e ripetitiva.

Per quanto i personaggi ispirino una certa simpatia (almeno per la prima parte del film), nell’ultima metà la rappresentazione degli stereotipi e soprattutto dei paesi balcanici, più che servire da materiale contrastivo, sembra fine a se stessa e fortemente segnata da reali pregiudizi, che mal si intonano con la cornice pseudostorica dello script. E’ dunque l’ibrida commistione di “se” finto-storici con pretese di effettive riflessioni geopolitiche che stona alla fine della visione. Non un brutto film, in fondo, ma un testo che se ben letto e interpretato è più pericoloso e spocchioso di quel che sembra.