Sceglie Venezia il thailandese Phuttiphong Aroonpheng per presentare nella sezione Orizzonti il suo primo lungometraggio, che a partire dallo spunto del precedente corto Chingcha Sawan (Ferris Wheel, 2015) mette in scena una storia di emigrazione che è parabola della mancanza di radici, arrischiandosi però in territori politicamente accidentati senza soddisfare il compromesso tra denuncia e arte.

Durante il suo solito giro un pescatore – Wanlop Rungkamjad – si imbatte in un uomo in fin di vita – Aphisit Hama –, probabilmente un immigrato clandestino che ha attraversato a nuoto il confine tra Birmania e Thailandia. Accoltolo in casa propria gli presta le cure necessarie ma è impossibile capire qualcosa sul suo conto dacché è muto: gli impone così il nome di Thongchai e inizia a condividere con lui ogni aspetto della sua vita, senza immaginare cosa questo comporterà nell’immediato futuro.

kraben rahu (manta ray)

Inizia in maniera non dissimile da I don’t want to sleep alone (2006) di Tsai Ming-liang Kraben Rahu (Manta Ray): uno straniero viene soccorso da un buon samaritano e l’incomunicabilità li porta a sviluppare un rapporto via via più intimo, con i loro corpi che, senza implicazioni sessuali, cercano il conforto del contatto umano. Nell’opera prima di Aroonpheng c’è però un importante tassello in più: il malcapitato birmano è un rohingya, una delle etnie più perseguitate al mondo cui il film è dedicato, come segnalato nei titoli di testa. Un impegno non da poco, che però il regista manca di mantenere.

È evidente che suo primo interesse è problematizzare la perdita dell’identità – l’anonimato del soccorritore e del soccorso ne è una spia abbastanza eloquente – in una prospettiva globale, senza farsi vincolare dalla necessità di descrivere la situazione di un popolo intero attraverso la figura di Thongchai, tanto che egli stesso ha ammesso di non aver svolto alcuna ricerca in particolare sui rohingya. Facendo valere la sua formazione come direttore della fotografia, Aroonpheng imposta la sua pellicola come un caleidoscopico gioco di luci e riflessi, demandando a questo comparto il compito di scavare in profondità nei personaggi, di per sé abbastanza reticenti a fare chiarezza sui propri sentimenti. Manta Ray vive così di suggestioni luministiche e riesce a trasformare con pochi, acuti accorgimenti scenografie altrimenti anonime.

kraben rahu (manta ray)

Come è comune a molti esordienti, però, a fronte di una grande capacità tecnica e conoscenza della tradizione del proprio Paese – si potrà scorgere qualche riferimento a Weerasethakul – l’autore non sa ancora come dare vita a una storia di ampio respiro. Ci sentiamo comunque di chiamarlo autore, in quanto Manta Ray getta le basi di un’estetica a suo modo convincente, anche se questo pregio si infrange contro la mal posta questione delle minoranze in terra straniera – di cui invece proponiamo il virtuoso esempio nostrano Sembra mio figlio. Ciò non toglie che Aroonpheng sia un nome da tenere d’occhio: la prima cosa da fare, ora, è avere ben chiare le esigenze narrative di un lungometraggio rispetto a quelle di uno short.