“Kufid” di Elia Moutamid
Talien. Seconda tappa fermata dal Covid (Kufid).
Il progetto iniziale del regista Elia Moutamid era tracciare una storia che andasse ad analizzare il rapporto tra l’essere umano e l’urbanistica; narratore utopista, si era posto come obiettivo analizzare la gentrificazione a Fes, Marocco, città natale del padre, lì tornato dopo 40 anni in Italia.
Da un padre che non riconosce più le strade di casa sua, da antiche abitazioni svendute per cifre modeste, per andare in appartamenti più moderni e lasciare che altri abitanti più abbienti prendessero il possesso di quartieri riqualificati, il regista voleva comprendere questa lotta al degrado operata sostituendo la popolazione, spinta altrove, con abitanti benestanti.
I suoi piani non hanno fatto i conti con la pandemia.
Elia Moutamid ha stravolto, ma non di molto, l’idea iniziale e ha messo a punto un’osservazione introspettiva degli effetti della gentrificazione che il Covid19 ha operato sull’esistenza umana.
Con un’innata impronta ironica, Kufid racconta i mesi di “clausura” vissuti tra “cemento e campi di mais” da Elia Moutamid e da sua moglie Valeria Battaini. Mentre si rincorrevano slogan e hashtag “ne usciremo migliori”, ha iniziato a prendere forma l’idea base di questa storia: l’identità.
Girato nella sua casa bresciana, con un sottofondo di sirene intervallate ogni tanto dal silenzio, mentre tutta l’Italia è zona rossa, tra lezioni, smart working, pulizie della casa, videochiamate, tutto rigorosamente online, il regista riflette, e riesce a farlo fare anche a chi guarda, sul tempo e sui tempi: sulla solitudine, sugli spazi inutilizzati, decadenti, prefabbricati simbolo del capitalismo, ora diventati anacronistiche gittate di cemento.
Alla fine, come prevedibile non se siamo usciti migliori; su un altro nobile motto abusato “restiamo umani” occorrerebbe poi un altro documentario. Le ultime battute di Kufid (la liberazione si Silvia Romano, il suo venire considerato “seconda generazione”) ne sono lucide e amare prove.
“Ascoltando, condividendo e leggendo l’oceano di retorica popolare ho cominciato ad abbozzare una scaletta, un canovaccio drammaturgico dove volevo fare una cosa: prendere in esame solo me stesso e attraverso un processo di autoanalisi raccontare le mie convinzioni, le mie certezze e, soprattutto, le mie contraddizioni: io sono il territorio che mi ha cresciuto. Erano tutti concetti che avrei raccontato nel film che avevo in testa prima della pandemia, il “virus” mi ha solo suggerito un altro telaio narrativo per raccontare le medesime dinamiche. Volevo girare un film che parlasse di identità: la mia personale e quella di chi mi ha formato e plasmato i miei primi 37 anni di vita tra Padania e Maghreb”.