La Caja è l’ultimo capitolo di una trilogia che ho dedicato alla paternità in America Latina. La prima parte, il corto Los elefantes nunca olvidan, è stato il seme che ha poi prodotto il secondo capitolo, il mio lungometraggio d’esordio Desde allá” puntualizza il regista Lorenzo Vigas, che, con quel film vinse il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Hatzin,un adolescente di Città del Messico, sta tornando a casa con i resti di suo padre in una scatola, quando guarda fuori dalla finestrino dell’autobus su cui viaggia vede un uomo somigliante fisicamente a suo padre. Scende di corsa dall’autobus, convinto che ci sia stato un errore: nella scatola non ci sono i resti del padre, trovati in una fossa comune, perché quello che ha davanti è suo padre.

Nonostante l’uomo risponda negativamente, il ragazzino non lo molla. Mario, questo il nome dell’uomo, si rassegna davanti alla testardaggine di Hatzin e lo prende sotto la sua ala protettiva, facendogli fare qualche lavoretto per lui. Il mestiere che fa non è dei più “etici”, arruola manodopera per farla lavorare in condizioni di sfruttamento. Ma Hatzin ha la sua figura paterna di riferimento, e si comporta da figlio, cercando di mettere insieme i pezzi della sua storia. Quando iniziano a mancare i pezzi, prende una decisione improvvisa.

La sceneggiatura, scritta dal regista con Vigas e Paula Markovitch, nel voler elaborare dramma politico e umano non riesce a mantenere vivo un interesse costante. È una storia chiusa in sé stessa.

Per quanto il protagonista Hatzin Navarrete sia credibile e bravo a reggere sulle sue spalle i lunghi silenzi del film, non riesce a colmare le incertezze di una storia nel suo complesso troppo sfumata e ruvida.